Assertività: che cos’è?

assertività che cos'è

Nell’ambito della psicologia clinica e della psicoterapia ha assunto una sempre maggiore importanza il costrutto della assertività, con cui si descrive una abilità di tipo sociale: sono aumentati nel tempo anche gli studi volti ad individuare e perfezionare tecniche utili al fine di promuoverla ed incrementarla.

Il termine assertività deriva dall’inglese “assertiveness” e dal latino “asserere” e indica in senso stretto l’atto dell’affermare, del “dire”, dell’esprimere le proprie opinioni e i propri vissuti emotivi in una modalità sicura ma rispettosa della persona con cui ci si relaziona.

Sanavio descrive l’ assertività come la capacità di far valere i propri diritti rispettando allo stesso tempo quelli degli altri: ciò può avvenire tramite una comunicazione chiara, diretta, coerente e completa sia sul piano verbale che non verbale.

Tra gli autori che storicamente per primi se ne sono occupati, anche nella loro pratica clinica, troviamo Wolpe, Salter e Lazarus. Le attuali tecniche utilizzate nei training per l’ assertività si basano in particolare sugli scritti di Wolpe (Wolpe, 1958, 1969; Wolpe e Lazarus, 1966) e, in parte, sugli scritti di Salter.

Salter, psichiatra americano, partendo dallo studio delle teorie di Pavlov, scrive Conditioned Reflex Therapy (la Terapia del Riflesso Condizionato) nel 1949 ed è storicamente il primo lavoro che evidenzia le caratteristiche di un comportamento assertivo.

Secondo le teorie di Salter, quando un bambino viene ripetutamente punito per alcuni suoi comportamenti sociali, questi stessi comportamenti vengono da lui nel tempo inibiti fino a sviluppare uno stile di personalità inibito. Salter quindi propone l’uso di alcuni esercizi in psicoterapia, basati sui metodi assertivi.

Gli esercizi da lui proposti sono relativi sia al comportamento verbale sia, soprattutto, al comportamento non verbale: troviamo infatti l’uso di un linguaggio emozionale che potesse esprimere qualsiasi sentimento, insegnando alla persona a parlare delle proprie emozioni; l’uso di un linguaggio mimico facciale, ovvero movimenti facciali che normalmente accompagnano le emozioni al fine di esprimere anche con il viso, coerentemente al contenuto verbale, gli stati emozionali.

Vengono inoltre proposti esercizi per imparare ad esprimere una propria opinione con sicurezza, anche quando si è in disaccordo con l’altro, esercitarsi nell’usare la parola “io”, anziché i giudizi impersonali, imparare ad accettare un complimento, a sapersi valorizzare, ad essere spontanei.

Nel 1959 J. Wolpe per primo usa il termine “assertion” ad indicare l’espressione esterna di tutti i sentimenti che non siano l’ansia: Wolpe cioè non parla di soggetto inibito, ma di persona che non sa come comportarsi in una determinata situazione, non necessariamente a causa di un condizionamento di tipo avversivo, ma per via del fatto che potrebbe anche non avere mai imparato un comportamento alternativo, o a causa ad esempio del fatto che non ha avuto un modello di riferimento.

Altri due autori che hanno contribuito in modo più o meno diretto allo sviluppo delle tecniche attuali di addestramento assertivo sono J.L.Moreno e G.Kelly. Moreno è il fondatore dello psicodramma, con cui si ha la messa in scena di atteggiamenti e conflitti, molto simile alla strategia di “recita di un ruolo”, una delle principali tecniche assertive di Wolpe, anche se l’obiettivo dello psicodramma è generalmente la catarsi e l’introspezione.

G. Kelly ha trattato di assertività più indirettamente, con la tecnica del “ruolo fisso”, con cui si richiede alla persona di iniziare a comportarsi come un individuo libero dalle ansie e dai vissuti di inadeguatezza che lo limitano. Tale procedura è per certi versi simile alle tecniche di ripetizione del comportamento usate nell’addestramento assertivo.

Infine Lazarus (1971) ha perfezionato il gioco dei ruoli sottolineando come sia fondamentale rappresentare, attraverso la scena, il comportamento alternativo fino alla scomparsa dell’ansia.

Questo processo viene ripreso anche da Bandura che sottolinea in modo più chiaro il ruolo del modeling per l’apprendimento di nuovi comportamenti.

Con delle differenze tra i diversi studiosi che se ne sono occupati in passato e attualmente, è possibile individuare alcuni elementi costituitivi dell’assertività: in primo luogo vi è in tale comportamento la difesa dei propri diritti, la quale implica anche la capacità di dire “no” o di manifestare una propria opinione, anche quando è contraria a quella degli altri.

L’assertività si manifesta inoltre nella capacità di iniziare, continuare e portare a termine le interazioni sociali, esprimere i propri sentimenti, comunicando non solo quelli i positivi ma anche quelli negativi.

E’ inoltre l’abilità di risolvere problemi e soddisfare bisogni personali come il chiedere favori, avanzare richieste, esprimere la capacità di resistere attivamente a pressioni e influenze individuali o di gruppo, rimanendo coerenti con le proprie credenze ed opinioni.

Quando si parla di assertività, spesso la si distingue da altre due tipologie di comportamento: il comportamento aggressivo e il comportamento passivo con i quali non va assolutamente confusa. Quando una persona è in grado di attuare solo queste due modalità relazionali, si troverà in una posizione non equilibrata in quanto talvolta agirà in modo aggressivo, talvolta in modo passivo.

Le componenti emozionali, cognitive ed espressive vanno sicuramente modulate a seconda della situazione, delle aspettative, degli obiettivi della persona in un dato momento, ma nell’assertività non diventano mai delle prevaricazioni che non tengono conto dell’altro oppure dei comportamenti accondiscendenti che non contrastano l’altro ma che allo stesso tempo non tengono in conto delle proprie idee o necessità.

La modalità di relazione assertiva non ha come fine quello di evitare il conflitto con gli altri ma, qualora questo si presenti, ne può favorire una risoluzione positiva che cerchi di integrare le posizioni divergenti.

La definizione di tali comportamenti, tuttavia, risente molto anche del contesto culturale di appartenenza che definisce le regole sociali e quindi l’appropriatezza o meno di alcuni comportamenti.

Un elemento rilevante che ci permette di differenziare le varie modalità è quello della scelta, cioè il comportamento assertivo è l’esito di un atto intenzionale ragionato: la persona assertiva sceglie il comportamento da avere, mentre la persona passiva o aggressiva subisce un comportamento, in un certo senso reagisce più che agire.

Essere assertivi vuol dire invece assumersi la responsabilità del proprio agire, comunicare efficacemente i propri stati emozionali ed abbandonare modalità di interazione nel momento in cui si rivelano poco funzionali al raggiungimento dei propri scopi.

A cura della dott.ssa Eugenia Ferrovecchio