Mercoledì, Maggio 22, 2013
   
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L'IMPORTANZA DEL GIOCO NEI BIMBI

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Il gioco non è un passatempo, ma per il bambino è un lavoro vero e proprio, è la sua attività principale, perché attraverso questo impara e quindi, imparando, cresce. Ma quale significato assume il gioco per il bimbo? Secondo la psicologa Cristiana De Ranieri al gioco possiamo attribuire una grande varietà di significati, tra cui: - Divertimento  - Esplorazione del mondo, avventura e scoperta di sé - Esercizio delle proprie capacità individuali (fisiche e mentali) - Occasione di apprendimento  - Attività liberatoria di tensioni nervose, scarica di emozioni forti come paura, rabbia, ansia, gioia etc. - Abbandono momentaneo della realtà con le sue regole per entrare in un mondo di fantasia  nel quale ogni desiderio si  può realizzare.
L ’esperienza del gioco, secondo Elisa Martini dell’università di Bologna, insegna al bambino ad avere fiducia nelle proprie capacità, attraverso questo processo diventa consapevole del proprio mondo interno ed esterno e incomincia ad accettare l’interazione tra queste due realtà.


Inoltre, il  gioco e le attività di socializzazione tra genitori e figli, rappresentano dei buoni indicatori per valutare il grado di benessere dei minori e la qualità delle relazioni genitore-figlio all’interno delle famiglie.
Il gioco con i genitori diventa, quindi, per il bambino, un’occasione per costruire legami di intimità con le persone più importanti della sua vita. In questo ambito emergono modalità diverse con cui padri e madri si rapportano con figli e figlie.
Obiettivo di questo contributo è offrire un quadro generale su tali divergenze di interazione dei genitori con i loro bambini.
I dati qui utilizzati sono stati rilevati nell’ambito dell’Indagine Multiscopo “Aspetti della vita quotidiana”, attraverso un modulo specifico sull’infanzia, sulla base di una convenzione tra Istituto nazionale di statistica e Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali. L’indagine è stata condotta su un campione di 20 mila famiglie per un totale di circa 49 mila individui; da questo campione sono state estratte solo le famiglie con bambini dai 3 ai 6 anni.
Da tale indagine è emerso che ben il 72,8% dei bambini e delle bambine dai 3 ai 6  anni gioca con le madri tutti i giorni. I papà, invece, sono presenti nei giochi infantili con una frequenza ben più bassa: il 46,1%.
Se si considerano invece i bambini che giocano qualche volta a settimana, il ruolo del padre nelle attività ludiche è più incisivo: 42,1%, rispetto al 22,8% della madre.
Nel complesso, inoltre, durante l’infanzia del bambino la madre è maggiormente coinvolta nella pratiche di cura o di sorveglianza (dar da mangiare, vestire, far addormentare il bambino, etc.), ed è  possibile riscontrare lo stesso “primato” anche nella sfera ludico ricreativa, attraverso l’analisi della frequenza e dei tipi di giochi svolti con il bambino. Invece il  lavoro di cura dei padri si esplicita per lo più in attività ludiche o di semplice interazione sociale con i figli.
Inoltre l’età dei genitori, in particolar modo quella della madre sembra che incida sulla frequenza con cui gioca con i propri figli, infatti: l’83% delle donne tra i 20 e i 24 anni gioca tutti i giorni con il proprio bambino, contro il 56% delle donne con più di 44 anni.
Al contrario, per gli uomini, sembra che al crescere dell’età trovino maggiori momenti di intimità con i propri figli, tanto che ben l’88,4% degli over quarantacinquenni gioca con il bambino almeno qualche volta a settimana, a fronte del 55% dei padri giovanissimi.
Anche il titolo di studio dei genitori incide sul tempo che questi dedicano a giocare con i propri figli: padri e madri con un basso titolo di studio hanno una probabilità maggiore di giocare poco frequentemente con i propri figli, forse perché impegnati in attività lavorative che li tengono spesso lontani da casa; in generale, però, il titolo di studio dei genitori non sembra influire in modo decisivo sulla qualità del rapporto con i propri figli.
Inoltre ci sono delle differenze nei giochi tra maschietti e femminucce con  mamma e papà: infatti i maschi svolgono giochi di movimento specialmente con il padre circa il 60% contro circa il 41% con la madre, mentre disegnano e/o colorano preferibilmente con la madre.
Il padre, invece, sembra prediligere questa modalità interattiva specialmente con le bambine: più della metà di queste disegnano frequentemente con il proprio papà. La tecnologia è un territorio più maschile e ciò emerge in modo evidente anche nelle attività ludiche dei più piccoli: infatti, quasi un quarto dei figli maschi giocano più frequentemente
insieme ai padri con i videogiochi.
Anche le bambine si trovano a giocare più spesso con i padri a questo tipo di gioco, ma in percentuali nettamente inferiori a quelle dei loro coetanei maschi (12,6%).
Infine, più della metà delle bambine svolgono attività domestiche per gioco, come cucinare, riordinare la casa, etc. a fronte di poco più di un quarto dei maschietti, quest’ultimo dato merita un approfondimento in quanto sembra che certe tipiche divisioni di ruolo in base al genere nascano già nella prima infanzia. Nel gioco i bambini si adoperano con tutte le loro forze per diventare adulti; inoltre, l’attività ludica, specialmente durante l’età evolutiva, è la forma più naturale e spontanea di socializzazione (Boccia).
Se il gioco viene svolto con i propri genitori diventa ancora più rilevante per la formazione socio-psico-pedagogica del bambino: infatti, il gioco è fondamentale per lo sviluppo sociale, cognitivo, affettivo e per la formazione della personalità. Un ambiente sereno e la costante attenzione dei genitori, soprattutto della madre, permetteranno ai minori di arrivare ad una socializzazione ben riuscita.


A cura del dott. Massimiliano Stocchi e di Serena Ranalli

   

IL MATRIMONIO DURA DI PIU’ SE I CONIUGI HANNO LA STESSA ISTRUZIONE

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Sembra non essere più un caso che le relazioni più durature nascano durante la scuola o l’università, ambienti che permettono cioè di condividere esperienze che arricchiscono il rapporto.
A confermare ciò ci ha pensato una ricerca danese a cura della Aarhus School of Business and Social Sciences e diretta da Gustaf Bruze. 
Le relazioni tra persone del mondo televisivo e tra attori del grande schermo ci forniscono una dimostrazione lampante su come lo stesso livello culturale influenzi la scelta del partner.

E’ proprio da qui, infatti, che la ricerca danese prende spunto: i ricercatori hanno notato che la maggior parte dei personaggi famosi ( 47%) tende ad instaurare rapporti solidi e duraturi solo con personaggi appartenenti al loro stesso ambiente e con lo stesso livello culturale.



I sociologi, dunque, sono riusciti a dimostrare che uomini e donne tendono ad unirsi in matrimonio  con persone aventi un livello di istruzione simile al proprio, dimostrando così una forte correlazione tra gli studi scelti e i gusti per le  persone.
L’economista Gustaf Bruze ha mostrato particolare interesse per la tendenza  di uomini e donne a sposarsi partner simili a se stessi in quanto questo avrebbe importanti implicazioni per quanto riguarda disuguaglianze in ambito sociale.
Ad esempio, un uomo con un alto livello di istruzione cercherà solo donne altrettanto colte e, insieme, troveranno lavori più prestigiosi che di conseguenza permetterà loro di percepire salari più alti che porterà la coppia a far parte della categoria dei “ricchi”, a differenza di coppie meno colte, con lavori modesti e salari più bassi, che faranno invece parte della categoria dei “poveri”, portando così ad una forte disuguaglianza che difficilmente potrà essere superata.
Sembra proprio, però, che l’amore sbocci solo tra persone con lo stesso livello culturale anche perchè ciò permette di trovare sempre nuovi interessi comuni all’interno della coppia, che diventano, con il passare del tempo, veri e propri punti di forza per apprezzare il partner e il rapporto stesso.



Fonte: “New Evidence on the Causes of Educational Homogamy” , Gustaf Bruze, Working Paper 10-18, Department of Economics, Aarhus School of Business /School of Economics and Management, Aarhus University, November 2010.


 

A cura di Fabiana Baldassini e del Dott. Massimiliano Stocchi.

Redazione Igeacps.it

   

DIAGNOSI PRECOCE PER BAMBINI DISLESSICI

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I bambini a rischio, ossia quelli con una storia familiare di dislessia, potrebbero essere diagnosticati in età prescolare monitorandone l'attività cerebrale mentre eseguono compiti che non coinvolgono la lettura, come identificare parole pronunciate dalla stessa voce. Questo permetterebbe interventi terapeutici precoci e quindi più efficaci.

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LA DEPRIVAZIONE SOCIALE E AFFETTIVA RIDUCE LO SVILUPPO CEREBRALE

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Uno studio condotto in Romania mostra che i bambini allevati in istituto soffrono di una riduzione dello sviluppo sia della materia grigia sia della materia bianca del cervello. Il passaggio dall’istituzione a una famiglia affidataria consente però il recupero della materia bianca. I risultati dello studio hanno implicazioni ampie e riguardano anche bambini esposti ad abusi e all'abbandono.

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IGEA Centro Promozione Salute
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Dott.ssa Claudia Urbani
www.psicoforum.wordpress.com
ARPEA - Associazione Romana di Psicoterapia per l'età Evolutiva e l'Adolescenza
www.arpea.it
 
 
 
 
 
 
 

 

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