Relazioni affettive: la scienza ci spiega il perché

mamma figlio

La funzionalità fisica dell’essere umano dipende dalla qualità delle relazioni affettive che egli sperimenta a partire dal rapporto con la figura materna o con chi si prende cura principalmente del bambino (caregiver), per proseguire con i successivi legami significativi dell’individuo. Ricerche scientifiche hanno dimostrato e confermato questo anche da un punto di vista sperimentale, evidenziando come il bisogno affettivo di relazione sia parte integrante dell’individuo e della sua stessa salute organica.


Tale filone di pensiero venne inaugurato dagli studi dello psicoanalista John Bowlby che nella seconda metà del ‘900 riuscì a spiegare scientificamente il perché dell’innato comportamento umano nel creare relazioni e mantenerle nel tempo, da egli definito “attaccamento”.
L’origine etologica della relazione intima con l’Altro trova le sue prime dimostrazioni sperimentali negli studi sull’imprinting condotti da K. Lorenz sugli anatroccoli (1935). Il forte legame affettivo che essi cercano già da appena nati con la prima figura di riferimento che vedono, va al di là della garanzia di nutrizione che la vicinanza con essa assicura, dato che questi uccelli sono in grado di procurarsi autonomamente del cibo catturando da soli gli insetti fin da quando nascono.

Ancora più significativo è il contributo di Harlow (Harlow e Zimmermann, 1959) le cui ricerche si sono concentrate proprio sugli antenati dell’essere umano ovvero delle particolari tipologie di scimmie, i macachi rhesus, con cui l’uomo condivide più del 90% del proprio patrimonio genetico. Essi, posti di fronte a due differenti situazioni di nutrimento, una di tipo affettivo e un’altra di tipo invece fisiologico, mostravano preferenza per un soffice sostituto materno artificiale che fosse però in grado di offrire loro calore, rispetto ad un freddo simulacro di ferro in grado però di nutrirli. Inoltre, le reazioni delle piccole scimmie di Harlow private della presenza del simulacro di stoffa rappresentante la madre, convalidavano tale bisogno affettivo. Esse infatti manifestavano segni di disagio e ribellione inconsolabile se allontanati da tale supporto psicologico, come attraversare la stanza correndo e buttandosi a faccia in giù, comprimersi convulsamente la testa ed il corpo ed esprimere con grida lamentose il loro sconforto (Harlow, 1961).
Studiando il comportamento dei piccoli di scimmia e dei bambini nei primi tempi di vita, in relazione alla madre ed all’ambiente, Bowlby poté notare la presenza degli stessi schemi di comportamento in specie diverse. In particolare, verificò che in presenza della madre il piccolo attiva risorse adattive e vitalistiche come esplorare l’ambiente circostante ed intrattenere qualche forma di relazione con i membri della famiglia o del gruppo. Al momento in cui è avvertita dal piccolo una qualche forma di minaccia, l’esplorazione cessa e questo torna prontamente alla madre per ricevere conforto e protezione, non cibo. Per poter garantire a se stesso questa sicurezza, il piccolo tenta di rimanere vicino alla madre e protesta energicamente se ne viene separato.

Il bisogno di relazioni affettive supera quello alimentare e questo incontra ulteriori conferme anche sul piano medico. Celebri a riguardo i lavori di Renè Spitz, un neuropsichiatria infantile che già intorno al 1950, ha compiuto studi sugli effetti neurofisiologici della deprivazione di contatto nei bambini costretti in ospedale o in orfanotrofio che, appunto, a causa della loro condizione, mancavano delle cure, delle attenzioni e dell’amorevole contatto con la figura di riferimento. Gli studi di Spitz hanno portato alla luce che il bambino, deprivato dal contatto con il proprio caregiver, manca a livello neurologico di un collegamento adeguato tra corteccia cerebrale e diencefalo, fondamentale per sperimentare in modo adeguato la relazione emozionale e viscerale tra il proprio mondo interno e la realtà circostante. Tale carenza genera dei disturbi evolutivi che si manifestano sul piano affettivo, motorio, cognitivo e linguistico. In particolare, nello “Studio psicoanalitico sul bambino”, Spitz mette in evidenza che il 60% dei bambini presi in esame con meno di un anno di età, malgrado ricevesse nutrimento e cure igieniche, se deprivato delle relazioni affettive, andava incontro al “marasma“, ovvero ad un lasciarsi andare per inedia: non potendo vivere senza amore, senza coccole e carezze, senza contatto, si lasciano morire.
La centralità di una adeguata e nutriente relazione affettiva nell’infanzia, è rintracciabile anche nel fatto che essa costituisce il prototipo di tutte le successive relazioni interpersonali intime del soggetto, soprattutto quelle di coppia (Hazan e Shaver, 1988). Ciò perché attraverso le relazioni affettive e il contatto con la figura di riferimento, il bambino interiorizza anche le caratteristiche di fondo del caregiver e di Sé in rapporto a questi, estendendole all’altro generalizzato e rappresentandosi così dei modelli cognitivi e comportamentali su cosa può aspettarsi da chi lo circonda e da sè medesimo nel confronto con qualsiasi altra persona. Questo assicura sicurezza ed equilibrio all’individuo che dunque sviluppa con proprio ambiente un rapporto armonico e positivo. Un bambino che ha sperimentato una madre rifiutante o situazioni affettive svalutanti, tenderà a vedere l’Altro come deludente e inaffidabile, e a partire dal presupposto di poter contare solo su di sé, evitando così investire sui rapporti sentimentali e precludendosi l’opportunità di sentirsi amato.

Le relazioni affettive successive all’infanzia sono costruite sulla base della primitiva relazione di attaccamento ovvero le esperienze familiari precoci condizionano in modo significativo le scelte e il modo di vedere l’altro nel corso dell’età adulta. Per crescere mentalmente “sano” e diventare un adulto adattivo, il bambino necessita di una relazione affettuosa, intima e continuativa con la madre (o con un sostituto) in cui possa trovare sicurezza, soddisfazione e piacere. Ciò implica differenti aspetti: la specificità della relazione di attaccamento con una o due figure di accudimento (madre e padre), in genere in un preciso ordine di preferenza (la madre) e l’impossibilità di sostituire la figura principale con altre figure, la durata degli attaccamenti che tendono a persistere e sono riproposti anche nelle relazioni adulte. Altri aspetti caratteristici del legame di attaccamento sono inoltre rintracciabili nei seguenti comportamenti: la ricerca di prossimità, ovvero il tentativo di restare in una zona non troppo distante dalla fda; la base sicura, ovvero l’apertura e la curiosità nel fare nuove esperienze nel momento in cui si è coscienti che in caso di bisogno il caregiver sarà disponibile a dare cure e conforto; la presenza della figura che indica un attaccamento sicuro e conduce all’esplorazione; la protesta in caso di separazione, ovvero la ribellione di fronte all’abbandono da parte della figura di attaccamento; non curanza del comportamento della figura di attaccamento ovvero il mantenimento dell’attaccamento anche quando la figura si comporta in maniera abusiva.
In base alla prevalente esperienza affettiva sperimentata con il proprio caregiver possiamo distinguere quattro fondamentali stili affettivi che tendono a stabilizzarsi nelle successive relazioni adulte, nonostante Bowlby sottolinei l’incidenza che successive relazioni positive possono esercitare nel migliorare la visione di sé e dell’Altro nel corso della vita.
Attaccamento Sicuro: promosso dalla figura genitoriale, specialmente dalla madre, nei primi mesi di vita. Il bambino trova disponibilità, sensibilità, accoglienza, accettazione in qualsiasi sua azione. Si sente sicuro, fiducioso e ogni qualvolta cerca protezione e conforto li trova nella figura. Si permette di esplorare il mondo allontanandosi dalla madre consapevole che nel momento in cui ne avesse nuovamente bisogno, può tornare da lei certo che lo accoglierà. La capacità genitoriale in questo si nota dalla capacità di accettare la protesta del bambino senza rappresaglie e senza eccessiva ansia.
Attaccamento ansioso – ambivalente (insicuro): il bambino non ha certezza che il genitore sia disponibile o pronto a rispondere o dare aiuto se chiamato in causa. Vista tale sfiducia, il bambino è incline ad uno stato di angoscia da separazione, e tende ad adottare dei comportamenti volti a mantenere una costante simbiosi col caregiver, cosa che ostacola l’esplorazione del mondo e dunque l’autonomia. La figura genitoriale in questione è contraddistinta da ambiguità per cui a volte essa è disponibile ed altre no, rimandando il rischio continuo di abbandono attraverso delle minacce di separazione. A volte esercita una pressione sul bambino affinché sia egli ad agire come figura di attaccamento per lei stessa, invertendo la relazione normale ovvero quella in cui dovrebbe essere la madre a prendersi cura del figlio e non il contrario. L’effetto è quello di generare individui apprensivi, impauriti dalla lontananza, ipercoscienzosi o oppressi dai sensi di colpa, con un attaccamento ansioso che riporteranno con molta probabilità anche nella futura relazione di coppia.

Attaccamento evitante: in questo caso il bambino non possiede la fiducia che in caso di bisogno, troverà una figura capace di offrirgli le cure di cui necessita e che gli risponderà soccorrendolo e occupandosi del suo bisogno ma al contrario si aspetterà di essere seccamente rifiutato. Questo è il risultato di una madre che respinge recisamente e costantemente il figlio quando si avvicina per cercare conforto e protezione. E’ meno sensibile ai tentativi del bambino di comunicare, attua comportamenti di rifiuto, si rivolge al bambino con sarcasmo, minaccia e rabbia, manca di espressività emotiva e manifesta comportamenti di controllo e interferenza nel corso dell’interazione. L’individuo che risulta da questo stile di attaccamento tenderà ad avere fermezza di carattere e a fare qualsiasi cosa da solo in qualsiasi circostanza. Sarà diffidente nei confronti delle relazioni strette e atterrito dalla possibilità di fidarsi di qualcun altro, in alcuni casi per evitare il dolore di essere rifiutato e in altri per timore di prendersi cura di qualcun altro. Uno schema legato a questo tipo di attaccamento è quello del tendere a prendersi cura ma non essere in grado di stare dalla parte di chi la riceve.
Attaccamento caotico (disorganizzato – disorientato): è uno stile di attaccamento particolare in cui il modo di relazionarsi alla madre cambia improvvisamente e oscilla da un avvicinamento ad un distacco improvviso con reazioni anche violente di rifiuto da parte del bambino. Si tratta per la maggior parte delle volte di bambini che provengono da situazioni familiari molto problematiche in cui la madre spesso è dominata da qualcosa di irrisolto dentro di sé (lutti, traumi gravi, violenze subite) e quindi non è capace di prendersi cura di un altro essere umano per i propri disagi. E’ una madre troppo coinvolta da stati di angoscia e tristezza che generano la sensazione di inaffidabilità del genitore stesso e dunque solitudine nel figlio il quale invece di trovare rassicurazione trova disorientamento. Altri studi successivi hanno dimostrato la correlazione di questo tipo di attaccamento e problematiche psicologiche particolarmente critiche.

Una volta costituitosi, questi modelli relazionali del genitore e del sé tendono a persistere e agiscono in maniera automatica e inconsapevole. Si tratta di stili relazionali che persistono nell’età adulta e che secondo Bowlby andranno a formare i tratti caratteristici della personalità dell’individuo. In particolare essa andrà basandosi sullo sviluppo di quei comportamenti e di quelle caratteristiche premiate dalla madre, ovvero quelle la cui gratificazione e riconoscimento permette l’integrazione e lo sviluppo del sé.
In questo modo viene a formarsi uno schema in cui il bambino fonda la sua identità sulla base delle risposte favorevoli (ignorando inconsciamente quelle sfavorevoli) disconoscendo o rifiutando gli altri aspetti di sé.
E’ quindi la presenza/assenza della figura di attaccamento e il tipo di risposta che genera fiducia o sfiducia nella sua stessa disponibilità ciò che permette al bambino di orientarsi rispetto alle relazioni successive, evitando quei comportamenti o quelle richieste che egli ha sperimentato essere svalutate dalla madre e sapendo chi sono le figure di attaccamento, dove le si può trovare e come esse reagiranno dinnanzi a richieste di cure e conforto.
L’importanza che tali relazioni affettive rivestono in una prospettiva futura è significativa in quanto saranno proprio questi modelli affettivi che verranno riportati sia nel rapporto con il futuro partner sia con i figli ed in base al grado di soddisfazione affettiva dell’individuo deriverà quindi la sua stessa capacità di ambientarsi in modo evolutivo o invece ritirato e spaventato.
Nello specifico dei rapporti di coppia è da sottolineare che il bambino nei confronti del genitore cerca sicurezza ma non la offre; al contrario, nell’attaccamento adulto ciò è reciproco. Entrambi i partner cercano e offrono protezione, trattandosi di una relazione adulta.
Elemento distintivo di una relazione di coppia diventa cioè la reciprocità e lo scambio tra pari.
A differenza di altre teorie psicologiche, però, la riflessione di Bowlby, definisce e stabilisce la possibilità di cambiamento in quanto appunto considera il comportamento come frutto di interazione tra individui, ragione per cui in qualsiasi fase della vita la relazione affettiva curativa e nutriente può modificare aspettative, comportamenti e visioni di sé e dell’Altro in modo più costruttivo e congruente con i propri bisogni di serenità.

A cura della dott.ssa Francesca Romana D’Angelo