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La tradizionale cultura dell’insegnamento si basa su una trasmissione passiva del sapere, ovvero fondamentalmente sulla trasmissione di nozioni teoriche da parte di un docente ad i suoi studenti: la cosiddetta “lezione frontale” che ancor oggi caratterizza la maggior parte delle lezioni universitarie. Con le nuove riforme universitarie si è cercato di modificare, almeno in parte, l’assetto tradizionale delle lezioni, introducendo i laboratori pratici.
La parola laboratorio deriva dal latino LABOR e significa fatica, ciò presuppone che all’interno dei laboratori lo studente deve essere reso attivo nel suo processo formativo. Per questa ragione, inserire i laboratori in qualunque contesto universitario (ma tranquillamente potremmo estendere il concetto a qualunque tipo di istituzione formativa; dalla scuola primaria a quella secondaria e così via) significa istituire un luogo all’interno del quale ci si dedica allo studio di una particolare disciplina o ad un luogo all’interno del quale si svolgono determinati lavori. Fondamentalmente, esso rappresenta uno strumento utile per l’acquisizione di un metodo che lo studente deve poter padroneggiare per raggiungere determinati obiettivi precedentemente stabiliti.
Nei laboratori viene attuata l’importante connessione tra teoria e prassi che in principio nel processo di apprendimento era totalmente separata e distinta, ma che attualmente risulta essere di estrema importanza per il futuro espletamento di una determinata mansione lavorativa. Ciò è possibile poiché all’interno dei laboratori lo studente diventa protagonista del suo processo formativo, nel quale entra in gioco con le proprie emozioni e le proprie difficoltà e favorisce l’emerge di fantasie che riguardano, appunto, la propria futura professione.
Questo è reso possibile anche grazie alle attività che vengono svolte nei laboratori che spaziano dal role-playing, alle tecniche di simulazione, alla proiezione di filmati, ai giochi psicologici, all’autocaso e al diario.
Ciò che potremmo tranquillamente affermare è che le attività laboratoriali costituiscono un ponte tra la formazione universitaria e il successivo ingresso nel mondo del lavoro, il tutto svolto, ovviamente, in una situazione protetta, all’interno della quale il docente svolge la funzione di guida. È bene sottolineare anche l’importanza che un laboratorio riveste per il docente stesso. Esso, infatti, grazie all’emergere della riflessione stimolata dal lavoro nei gruppi permette di modificare la forma mentis del loro operare, introducendo nel loro metodo delle innovazioni e rendendolo sicuramente più flessibile.
I laboratori rendono i soggetti coinvolti consapevoli dei differenti punti di vista, delle differenti realtà culturali, favorendo in loro un apprendimento metacognitivo che permette di gestire la complessità dei vissuti interni e dei contesti esterni.
Concludo con un pensiero di J. Dewey secondo il quale, con la prassi si crea un pensiero riflessivo che permette la trasformazione di una situazione problematica in qualcosa di costruttivo: dalla prassi alla teoria. Ciò è importante poiché la formazione non è più qualcosa di astratto e lontano dalla nostro essere ma diventa qualcosa di concreto e tangibile sul quale poter sviluppare un pensiero e una riflessione per poterlo trasformare in qualcosa che ci appartiene, in qualcosa di nostro! Il che potrebbe ridurre la frustrazione e la perdita di motivazione che molti studenti avvertono dal momento in cui vedono lo studio e la propria formazione come qualcosa di totalmente passivo e che raramente coinvolge le proprie emozioni e il proprio essere.
A cura della dott.ssa Valeria Di Leo
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