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Ah quanti di noi ricordano con entusiasmo e soddisfazione il giorno della loro laurea! Quante emozioni e quanta gioia pervadevano il nostro cuore e la nostra giornata. Ma quando la magia di quel giorno e tutta la stanchezza e lo stress che lo hanno determinato svaniscono come ci siamo sentiti?
Molti di noi, già dal primo giorno dopo la laurea, hanno iniziato a pensare al tirocinio post-laurea, alla compilazione e all’invio del proprio curriculum vitae, alla ricerca di un lavoro che soddisfi a pieno le nostre aspirazioni professionali. Siamo entusiasti di iniziare un tirocinio professionalizzante e nel nostro campo di interesse ma, il più delle volte, esso risulta deludente. Intanto, la nostra motivazione cala, ci sentiamo sempre più apatici e passivi, aumenta la frustrazione. Allora, cerchiamo di inventarci il lavoro, accettiamo contratti a tempo determinato (o non propriamente definito) o, nella peggiore delle ipotesi, aspettiamo inerti che qualcuno ci chiami per un colloquio in un qualsiasi posto di lavoro. Intanto restiamo DISOCCUPATI!
Secondo l’ISTAT un ragazzo italiano su tre è disoccupato. Il restante? Vive, probabilmente, una vita da PRECARIO. Vengono persi i propri ideali, la propria identità, anche perché la precarietà equivale all’ insicurezza e non parliamo solamente di insicurezza lavorativa ma di una precarietà/insicurezza che pervade tutta la nostra vita. Basti pensare che attualmente un problema rilevante è che i giovani faticano a comprendere ciò che sarebbe giusto fare (= insicurezza psicologica).
Il 14 Febbraio 2003 fu emanata la famosa “Legge Biagi” sull’occupazione e il mercato del lavoro. Essa proponeva una maggiore flessibilità del lavoro in modo tale da agevolare la creazione di nuovi posti e di contrastare la rigidità di un sistema che spesso andava a creare maggiore disoccupazione. In realtà, questa flessibilità si è tradotta in qualcosa di molto più aleatorio e precario.
Pensiamo, situazione tristemente nota e attuale, agli insegnanti di tutti gli ordini scolastici, inseriti in una graduatoria provinciale (distante, ovviamente, svariati chilometri dal proprio paese d’origine) di terza fascia, che aspettano la chiamata decisiva. Prima o poi, questa arriva, magari solo poche ore rispetto all’intera cattedra e per un tempo limitato. Che fare? Ringrazi il cielo, prepari la valigia e parti. Lavori magari per pochi giorni con devozione e in solitudine e poi…ritorni a casa con la testa bassa e con la valigia che ora pesa più di prima!
La precarietà è questo: è come un labirinto buio e con molte insidie che rende la tua vita angosciante e frustrante. Il precariato incombe sulle nuove generazioni e persiste come fenomeno sociale e culturale invasivo che ci costringe ad attuare continui cambiamenti, non solo materiali (ad esempio l’abitazione) ma anche psicologici, relativi alle proprie idee, al proprio stile di vita, alla propria identità.
I laureati si trovano di fronte a colloqui paradossali, ad aziende che non si sa in che modo possono o vogliono “valorizzarli"/utilizzarli. Sembra quasi che, invece di una scalata verso il successo, si cerchi di adeguare le proprie aspettative verso il basso. Tutto ciò non fa altro che logorare dall’ interno la nostra personalità.
Come possiamo pensare di costruire una identità forte in tutti i campi della nostra esistenza se non sappiamo bene né chi siamo né cosa facciamo? Un lavoratore precario riuscirà mai ad identificarsi nel proprio contesto professionale?
La precarietà lavorativa si traduce in impossibilità di pensare ad un futuro, di progettarlo come nel caso in cui si voglia costruire una famiglia.
Secondo l’ISFOL (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) 3,5 milioni di persone in Italia (ovvero, il 15% egli occupati) sono precari. È accertato che questa condizione mette a rischio la salute psico-fisica del lavoratore. Stress eccessivo connesso all’insicurezza psicologica causano gastriti, disturbi cardiocircolatori, problemi nervosi e così via. Allora possiamo parlare di Burnout? È necessario sicuramente prendere atto che il tradizionale motto che celebra “La salute prima di tutto” si è modificato nel tempo in “Prima il lavoro, poi la salute”!
Possiamo trovare qualcosa di positivo in tutto ciò? Nonostante la situazione sia pervasiva, difficile e drammatica, l’ottimismo e la nostra capacità di resistere allo stress e alle avversità (resilience) non deve mai mancare. Pensiamo alle differenze individuali. Probabilmente la maggior parte di noi in questo tipo di situazione vive con un nodo alla gola, in allerta e sempre sulle difensive. Altri però vedono in questo tipo di situazione un trampolino di lancio per una crescita personale e professionale, vivendo la precarietà come una fase di passaggio necessaria per raggiungere il pieno soddisfacimento delle proprie aspettative. E noi, da parte nostra, dobbiamo sostenere e rinforzare la determinazione, la volontà e tutte le risorse interiori delle persone, sperando che la maggior parte riesca quantomeno a trovare uno spiraglio di luce nel vivere la propria condizione lavorativa.
A cura della Dott. ssa Valeria Di Leo
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