Presentazione
La violenza sulla persona è un reato esecrabile, in qualunque forma essa si manifesti: fisica, psicologica, sessuale, economica.
Il presente lavoro si pone l’ambizioso obiettivo di far comprendere l’importanza del lavoro trattamentale e di reinserimento sociale degli uomini responsabili di violenza di genere e di violenza sulle donne. Al fine di circoscrivere l’ambito di ricerca, la trattazione si concentra sul genere maschile, pur nella consapevolezza che esista anche la situazione opposta, ovvero quella della violenza sugli uomini agita per mano delle donne.
Ci si è interrogati sull’opportunità, da parte delle Istituzioni, associazioni, enti pubblici e privati, organismi internazionali e nazionali, organizzazioni no profit e di volontariato, di proseguire in un’unica direzione, quella che vede nella figura della vittima l’unica su cui concentrare tutte le risorse in termini sia di supporto psicologico, di accompagnamento e protezione, sia in termini di impiego di risorse finanziarie.
Ci si è interrogati quindi sul possibile coinvolgimento dell’uomo autore di violenza in un percorso a sé stante e mai di contatto con la vittima, che lo veda a suo modo protagonista, quale parte attiva di un programma trattamentale. Si è posto altresì il dubbio in merito all’utilità del ricorso ad un sistema prettamente punitivo, in termini di raggiungimento degli obiettivi di tutela e prevenzione di questo tipo di reati.
Per introdurre l’argomento si è ritenuto doveroso discutere ampiamente il tema della violenza sulle donne e di genere, nelle sue varie sfaccettature, cercando, inizialmente, di definire i concetti entro parametri sinottici in grado di restituire un confronto terminologico tra le definizioni fornite in diverse sedi e da diversi organismi internazionali, dai quali emerge un confine spesso labile legato alla tematica della violenza di genere e alle difficoltà nel trovare una definizione univoca di “genere”.
Si è analizzato il tema confrontando i dati degli ultimi anni riguardo la violenza e i femminicidi, dati che si confermano essere allarmanti nel nostro Paese e nel mondo. Si è inquadrato il fenomeno entro una cornice normativa concentrica, prima a livello internazionale, poi europeo e infine nazionale, trattando il tema a partire dai fatti legati alle prime lotte da parte delle donne e ai primi movimenti femministi degli anni ’60 del secolo scorso, fino ad arrivare all’introduzione del Codice Rosso nel 2019, strumento che dovrebbe fornire maggior tutela (e più accelerata) alle donne che denunciano condotte violente.
In questo arco temporale sono stati raggiunti importanti obiettivi da parte del mondo femminile, che si è visto riconoscere l’ottenimento di diritti e condizioni di parità in diversi ambiti. Ci si è quindi interrogati sul motivo per cui, seppur a fronte di un numero sempre maggiore di norme a tutela delle donne, sia in termini di possibilità di intercettare condotte ritenute prodromiche alla violenza, sia per quanto concerne alcuni importanti strumenti introdotti dal legislatore, quali l’Ammonimento del Questore, i dati riguardanti la violenza nelle relazioni d’intimità restino comunque allarmanti.
Si è, dunque, cercato di far comprendere come la sola attenzione rivolta alla figura femminile non sia sufficiente per la sua messa in sicurezza: da qui, la necessità di occuparsi anche dell’uomo che agisce violenza, con interventi che siano il più possibile strutturali ed omogenei. Ferma restando la consapevolezza che l’importanza dei programmi rivolti agli autori di violenza sia stata riconosciuta ufficialmente solo con la Piattaforma d’azione di Pechino a fine anni ’90, si è ripercorsa la storia di tali programmi, la cui nascita in termini temporali, non senza contestazioni e dibattiti nel panorama internazionale, non è poi così distante rispetto alla nascita delle prime case di rifugio a tutela delle donne.
Il quadro normativo a livello internazionale, europeo e nazionale è andato progressivamente verso il riconoscimento di strategie comuni di intervento e linee d’azione standardizzate che hanno portato alla nascita, anche nel nostro Paese, di un sistema di reti integrato e alla creazione di programmi strutturati ed accreditati presso enti europei e nazionali, quali la rete europea WWP – Work With Perpetrators e quella italiana Relive.
Nella parte finale dell’elaborato si è scelto di dettagliare l’approccio, i metodi di intervento, i destinatari dei programmi e le linee specifiche di azione del CIPM, cooperativa nata a Milano nel 1995 e diffusasi in altre città italiane. La strategia di intervento è informata ai parametri della giustizia riparativa e la scelta di orientare il focus proprio sul CIPM è frutto di impegno di volontariato da parte della scrivente presso il CIPM di Piacenza, che vede nel reinserimento sociale degli autori di violenza l’oggetto del lavoro con persone che si sono rese responsabili di condotte lesive, ma che hanno imparato (o stanno comunque lavorando in tale direzione) ad assumersi le proprie responsabilità e a non minimizzare i comportamenti violenti.
Si è in questa sede ampiamente dimostrato come il solo sistema sanzionatorio retributivo-centrico non sia sufficiente, né ai fini preventivi né tantomeno ad evitare recidive, ma piuttosto contribuisca ad un mero “congelamento” delle problematiche sottese al reato, che al termine della pena tendono a riproporsi.
Appare fondamentale quindi, in ottica securitaria per le vittime, l’attivazione di percorsi trattamentali per i perpetrators, oggi previsti anche da legislatore, sia in carcere, affinchè possano essere supportati nell’elaborazione e nella riflessione riguardante il proprio agito, sia sul territorio, affinchè possano continuare a chiedere aiuto a fronte delle difficoltà che incontreranno, soprattutto nel momento di ritorno in libertà al termine della pena.
Il dispositivo trattamentale più efficace si dimostrerà essere quello gruppale. Piacenza e Milano: due città in cui opera attivamente il CIPM sia all’interno che all’esterno degli Istituti di pena, sono state individuate come parametro comparativo di dati specificatamente relativi al lavoro trattamentale svolto con gli autori di violenza. Si sono evidenziati gli approcci, le procedure standard seguite in ossequio ai parametri europei e la metodologia di lavoro in équipe multidisciplinare. Da tutti questi dati emergono risultati incoraggianti, che vedono coinvolte, in un numero sempre crescente, Istituzioni territoriali e nazionali, nonché accordi e Protocolli siglati con le Questure.
Nel tentativo, da parte di questi programmi, di produrre un cambiamento nell’uomo e nell’assunzione di ogni responsabilità rispetto all’agito violento, si rileva un abbassamento della recidiva, la messa in posizione securitaria della vittima, oltre ad un lavoro di prevenzione in grado di coinvolgere non solo i diretti interessanti, affinchè non reiterino più il reato, ma anche l’intera comunità. Ci si auspica, da un lato, di scardinare posizioni patriarcali e stereotipate e, dall’altro, di far comprendere la necessità che tutta la società civile si occupi del reinserimento in società della persona redenta, perché una persona recuperata equivale ad un potenziale N numero di vittime che non saranno mai tali. Si tratta di considerazioni e sfide ancora aperte, che richiedono un’azione globalmente condivisa, nell’ottica che, per contenere ed arginare il fenomeno, si debba rendere ugualmente prioritario, anche in termini di stanziamenti economici, l’intervento strutturato e standardizzato dei centri che si occupano degli uomini, parallelamente ed in aggiunta alla rete territoriale esistente per la tutela ed il supporto delle vittime.
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