Il disegno nel disturbo anoressico e la somministrazione del test di Machover: un quadro descrittivo

disegno disturbo anoressico

a cura della Dott.ssa Rebecca Farsi

Il quadro patologico anoressico è caratterizzato da tratti alessitimici,  pensiero emotivo inaccessibile e deficit di mentalizzazione, da cui una estrema difficoltà a dotare di valenza emotiva la sintomatologia tipica del disturbo: estremo perfezionismo, attenzione compulsiva verso il corpo e rifiuto del cibo (Baldassarri, 2024; Selvini Palazzoli,  2005). I meccanismi difensivi sono rigidi, talvolta impenetrabili, e il tentativo di evaderli mediante l’impiego di una comunicazione terapeutica diretta verrebbe ricambiato con reattanza e ulteriore chiusura emotiva. È per questo opportuno far ricorso a mezzi di indagine dalla valenza implicita e non controllabile, grazie ai quali diventa possibile aggirare le difficoltà di esplorazione inconscia e superare quella diffidenza comunicativa che renderebbe complicato, ove non impossibile, l’accesso al mondo interiore. Uno su tutti la tecnica grafica, considerata un prezioso strumento di indagine clinica, grazie alla sua capacità di aggirare il controllo cosciente e di far emergere contenuti emotivi altrimenti irraggiungibili. Sia in sede diagnostica che terapeutica. Vediamo come. 

IL TEST DI MACHOVER NELL’ANORESSIA 

Parlando di assessment, nel quadro anoressico risulta particolarmente impiegabile il test della figura umana di Machover (1949), reattivo grafico utile a constatare il livello di percezione somatica oggettiva (schema corporeo) ed emotiva (immagine corporea) che richiama una descrizione del corpo non meramente organica e aderente alla realtà, ma piuttosto espressiva di aspettative, desideri e progetti: una sorta di spazio transizionale tra fantasia e realtà in cui, specie in stadi evolutivi come quello adolescenziale, vengono proiettati conflittualità e disagi. Il disegno della figura umana può facilitare l’emersione di tali contenuti, consentendo al contempo una valutazione indicativa dei seguenti aspetti: 

  • entità della dispercezione corporea, a causa della quale il soggetto può vedersi grasso pur in condizioni di estrema magrezza; 
  • esistenza di risorse produttive, con cui costruire una compliance terapeutica che permetta la percezione ego distonica del sintomo e agevoli l’apertura verbale (Montecchi, 2017); 
  • rapporto con il proprio genere di appartenenza, nella consapevolezza che, nel test, il genere raffigurato per primo è anche quello con cui ci si identifica maggiormente, e il secondo quello nel quale vengono proiettate conflittualità, debolezze, elementi ansiogeni di più difficile espressione. 

Le premesse alla somministrazione del test

Disegna una figura umana. Come ti piace e come vuoi tu

Sono le parole giuste per iniziare. Senza esplicitare il genere di appartenenza o le modalità di esecuzione. E soprattutto senza caricare la richiesta di aspettative, ma semplicemente lasciando liberi di esprimere ciò che, del proprio mondo interiore, si vorrà condividere sul foglio. 

La paura di sbagliare: Alla ragazza anoressica sono imposti pesanti carichi prestazionali. Sono le c.d. “bambine perfette”, impegnate in mille attività e colonizzate da un’invasiva presenza materna, il cui rapporto con la figlia si basa su condotte intransigenti , spesso condizionate dalla qualità del risultato raggiunto. 

È probabile che la paziente si senta sotto esame anche nel momento in cui sta realizzando il disegno, e non sorprende che ciò si traduca nella necessità di rivolgere al clinico numerose domande di chiarimento sulle relative modalità di esecuzione e su quelle di valutazione, nel timore di non rivelarsi all’altezza del compito. 

Il fattore tempo: dalla certezza che il disegno potrebbe essere realizzato sempre meglio si origina una compulsiva tendenza a cancellare e a correggere, cui può associarsi un frequente uso della gomma che tuttavia è meglio non concedere subito, per non saturare lo spazio mentale (preferibile concederla ove ne venga fatta richiesta). Questa tendenza alla correzione potrebbe inoltre allungare i tempi di esecuzione, in un contesto di indagine ove il prolungarsi del tempo non determina tuttavia un invalidamento del test (non esiste un tempo massimo o minimo di esecuzione) ma testimonia piuttosto la difficoltà a rispondere alla capacità proiettiva dello stimolo e ad adattarsi ad una situazione non familiare. 

Lo stile grafico nel disturbo anoressico: possibili interpretazioni della figura umana 

Il disturbo anoressico determina la presenza di alcuni nuclei  patologiciossessivo, ansioso, depressivo, e nei casi più gravi schizoparanoide–  che nella rappresentazione grafica possono trovare multiformi modalità espressive. Pur nel rispetto di una doverosa  non categorizzazione– non è mai opportuno massificare dati e risultati, specie in un ambito estremamente soggettivo come quello del disegno- a partire dall’interpretazione del test di Machover si è cercato di individuare gli elementi grafici maggiormente riconducibili a ciascuno di tali nuclei, nel tentativo di descrivere un “prudente” stile grafico tipico dei soggetti anoressici. 

Nel dettaglio: l’interpretazione grafica del disegno

  • L’impressione globale richiama un mondo interiore doloroso e arrabbiato, dove le figure femminili sono descritte da una silhouette spigolosa e da un volto severo, quasi sempre corrucciato e privo di sorriso. Il rapporto con il corpo è spesso così complicato da spingere al disegno della sola testa, cancellando difensivamente  quella parte inferiore del Sé ritenuta l’esito visibile di un fallimento esistenziale (Riva, 2017). Nello stesso intento è possibile che il corpo venga coperto da un lungo abito informe al fine di nascondere, quasi gettandole nell’oblio, quelle stesse caratteristiche di femminilità forcluse e non accettate nel Sé.
  • Lo spazio nel foglio: in un contesto proiettivo in cui il foglio bianco rappresenta lo spazio interiore- Anzieu ( 1996) lo definiva un involucro, una sorta di abbraccio materno simile all’Io pelle- l’immagine viene spesso posizionata nella parte a sinistra in basso, a testimoniare il nucleo depressivo causato da un attaccamento patologico alla figura materna che, in questo disturbo, impedisce un autentico svincolo dal mondo infantile e l’apertura verso una prospettiva futura (Crocetti e Pallaoro, 2007). 
  • La pressione, generalmente inquadrata come il livello di energia psichica tradotto sul foglio, appare leggera, insicura, talvolta appena percettibile, ad espressione di un’emotività coartata da uno stile affettivo  rigido e censurante; è il primo segnale di un nucleo identitario ansioso – ambivalente che desidera esprimersi graficamente e al contempo teme di farlo.
  • Il tratto, identificato nella forza con cui viene impresso il ductus grafico, può fluttuare da un andamento debole e incerto ad una marcatura più decisa, simbolo di un’aggressività inconscia verso oggetti primari presenti ma affettivamente distanti.
  • La linea, che costituisce l’esito del ductus,  tende ad una verticalità simmetrica e stilizzata, tipica di una razionalità difensiva che mira a scomporre spazi e figure sotto la spinta di un nucleo ipercontrollante (Castellazzi, 2011).
  • Gli annerimenti e le ombreggiature sono spesso limitati ad una parte del corpo, a testimoniare un conflitto, un disagio o un vissuto traumatico consumatosi in quella medesima zona e non ancora rielaborato.
  • Le cancellature: effettuate sia con la gomma sia con la matita- possono mostrarsi spesso numerose, a simbolo della volontà compulsiva di migliorare il risultato finale; il soggetto anoressico riproduce nel disegno una forte predilezione per l’ordine, la pulizia delle linee e la precisione estrema dei dettagli, a testimonianza di un perfezionismo che cerca di raggiungere in ogni aspetto del Sé: prima di tutto quello estetico, in cui l’adesione ad un ideale di magrezza estremo rappresenta prima di tutto la necessità di obbedire ad un’istanza superegoica mortificatrice (Montecchi, 1994; Baldassarri, 2024).

Interpretazione analitica 

  • Attenzione per il dettaglio: il nucleo ossessivo viene  evidenziato dalla rappresentazione minuziosa di dettagli estetici- bottoni, ninnoli, gioielli, fermagli – che arricchiscono la descrizione dell’immagine corporea. Ma non si tratta solo di perfezionismo;  tanta attenzione  al dettaglio può rivelarsi l’inconscio tentativo di compensare “il vuoto affettivo” generato dall’oggetto materno, le cui condotte ostili e deprivanti hanno sabotato la possibilità di raggiungere una dimensione sicura, piena e goduta del Sé ( Castellazzi, 2011);
  • La “madre cattiva”: una maternità punitiva e censurante può celarsi nella raffigurazione di oggetti allungati (bastoni o tacchi a spillo)  e di elementi corporei altrettanto prolungati ( naso, dita, orecchie), ove il richiamo fallico testimonia  la visione di una femminilità rifiutante e aggressiva in cui la paziente si identifica totalmente; 
  • La femminilità controversa: il legame ambivalente con la madre non agevola  il rapporto con la femminilità, spesso mortificata  da tratti estetici prettamente mascolini, rappresentazioni archetipiche prive di contenuti personali o riproduzioni infantili volte a negare la maturazione dell’identità sessuale (Baldassarri, 2024); spesso si riscontrano omissione di seni, fianchi o rotondità femminili, gambe accavallate, mani strette sotto la vita o esplicitamente poste sopra l’organo sessuale, a coprire con vergogna una dimensione del Sé che la paziente non riesce ad accettare (Gilbert,  1969; Rierdan 1982); 
  • L’aspetto regressivo: può esprimersi attraverso la rappresentazione di una figura di età inferiore rispetto alla propria o tramite la riproduzione di elementi grafici poco in linea con il proprio  stadio evolutivo- strutture corporee infantili, dita della mano fatte a petalo o del tutto omesse, tronco incompleto, occhi disegnati con un piccolo cerchio: a testimoniare una dimensione psichica in cui la voglia di costruire un Sé autonomo si scontra con la necessità di rimanere ancorati ad un legame materno simbiotico e antievolutivo (Baldassarri, 2024; Royer, 1977). 
  • Bisogni orali: la paziente anoressica si obbliga alla repressione delle pulsioni orali, identificate come  l’atto introiettivo di un materno non nutriente che la domina dall’interno. Nel disegno lo testimonia mediante la mortificazione grafica della bocca, spesso omessa o raffigurata attraverso una linea rigida e serrata che ne impedisce l’apertura, rendendola simile ad uno sfregio che non può esprimersi né comunicare;
  • Senso di colpa: la libido vitale, pur combattuta e respinta, spinge per emergere, e il senso di colpa generato dal dubbio di non averla contrastata abbastanza può essere testimoniata da indici superegoici punitivi quali mani ombreggiate o nascoste in tasca, raffigurazione di un solo occhio e nascondimento dell’altro dietro una ciocca di capelli, occhi coperti da una benda o da occhiali scuri, omissione totale di mani e braccia; un collo lungo e flessuoso può al contempo testimoniare la necessità di prendere le distanze da pulsioni tanto angosciose e inesprimibili, unita al desiderio di esplorare una realtà ancora tutta da scoprire ( Castellazzi, 2011; Machover, 1949);  
  • Chiusura al mondo: frequente la riproduzione dei simboli grafici tipici della chiusura emotiva- vita sottile e ben marcata, braccia incrociate o allungate lungo i fianchi, occhi stretti e piccoli, gambe accavallate, piedi omessi, mani chiuse a pugno, figura raffigurata di spalle- volte a testimoniare da una parte un estremo controllo sulle pulsioni, e dall’altra l’incapacità di comunicare il proprio disagio interiore (Royer, 1977); 
  • Nucleo paranoide: la sensazione di essere perennemente controllata e di doversi nascondere da un mondo ostile sempre pronto a redarguirla può venir espressa attraverso orecchie ben rimarcate o  a punta,  occhi spalancati, mento appuntito o smorfie esagerate del volto  ( Machover, 1949);
  • Perdita di contatto realistico e nucleo schizoparanoide: comunicata attraverso immagini poste in bilico, sospese in una superficie priva della linea di terra o inghiottita da vortici informi, precursori di una dimensione borderline identificabile anche attraverso volti sostituiti da un cerchio vuoto, trasparenze grafiche e corpi fatti a bastoncino:  sintomi della devitalizzazione di una bambina  cui è stato impedito di crescere e che, al di là di un’esteriorità perfetta, nasconde un abisso colmo di interruzioni e fragilità. 

L’IMPIEGO CLINICO DEL TEST

In ambito diagnostico 

Il test della figura umana consente l’accesso ad un contenuto emotivo di preziosa matrice, il cui valore psicometrico è determinato soprattutto dal buon grado di validità predittiva e da una soddisfacente convergenza intra e inter test. Viene per questo considerato un indefettibile strumento di indagine nel setting diagnostico dei disturbi alimentari, ove, tra gli altri, risulta affiancato soprattutto dall’EDI ( Eating Disorder Inventory)  self report che indaga, attraverso una serie di item su scala likert 1-4 e 12 scale cliniche correlate, le aree della personalità e dell’emotività negli stessi coinvolte.

Il valore del disegno nel setting terapeutico 

Il disegno viene impiegato con frequenza sempre maggiore anche in ambito terapeutico,  ove si pone come un’ importante opportunità narrativa, uno spazio interno ed esterno al Sé che disegna le maglie di uno spazio onirico mai del tutto valicato. In particolare il disegno consente di far emergere gli aspetti conflittuali endogeni attraverso una più chiara rappresentazione del disagio, un suo parziale contenimento e una sua interpretazione  mentalizzante, alla scoperta di una dimensione identitaria che non ha ancora trovato espressione. Il disegno consente un approccio identitario più realistico ed esplorativo, e contrasta i residui di un materno tossico che deve essere necessariamente sostituito da un legame con il Sé più assertivo e autonomo, nel quale la bambina negata può finalmente crescere, svincolata dalle pastoie di una maternità crudelmente narcisistica. 

In assenza di studi evidence based, risultati empirici testimoniano l’effettivo valore terapeutico del disegno nel trattamento dei disturbi alimentari, evidenziando come, un impiego costante dello stesso, contribuisca a migliorare il rapporto con la realtà e con il Sé e favorisca l’espressione emotiva di contenuti emotivi latenti .  

Nulla come il disegno consente alla ragazza anoressica di esprimersi pur continuando a nascondersi.

E nulla come il disegno consente di trasferire all’esterno sconosciuti contenuti emotivi, trasformandoli in linee, colori e forme inediti, da cui attingere significati esplicitanti e poietici, espressione di una vita finalmente goduta in ogni suo aspetto. 


BIBLIOGRAFIA E TESTI DI RIFERIMENTO 

Anzieu, A. Barbey, L., Bernard – Nez, J., Daymas, S. (1996) Il disegno nella psicoterapia infantile, tr.it. Borla, Roma, 

Baldassarre, M. ( 2024) Famiglia, legami e Disturbi alimentari, Alpes, Roma; 

Castellazzi, V.L. (2011) Il test del disegno della Figura Umana, LAS, Roma; 

Crocetti, G. Pallaoro, G. ( 2007), Manuale di pratica clinica e teoria della tecnica. Infanzia,  Armando editore, Roma;  

Di Leo,  J.H. ( 1983) Il disegno dei bambini come aiuto diagnostico, Giunti Barbera, Firenze; 

Gilbert, J. (1969) Clinical psychological tests in psychiatric and medical practice, Thomas, Springfiled; 

Machover, K. (1949) Personality Projection In The Drawing Of The Human Figure, Thomas, Springfield; 

McElhaney, M. ( 1969) Clinical Psychological Assessment of the Human Figure Drawing, University of Michigan, C.C. Thomas; 

Montecchi, F. (1994) Anoressia mentale nell’adolescenza, Rilevamento e trattamento medico psicologico integrato, Franco Angeli, Milano; 

Montecchi, F. ( 2016) I disturbi alimentari nell’infanzia e nell’adolescenza. Comprendere, valutare, curare,  Franco Angeli, Milano; 

Oliviero Ferraris, (1973) Il significato del disegno infantile, Boringhieri, Torino; 

Passi Tognazzo, d. (1975) Metodi e tecniche nella diagnosi della personalità, Giunti Barbera, Firenze, 1983; 

Rierdan J., Koff, E., Heller, H., ( 1982) Gender, Anxiety and Human and Figure drawnings, Joournal of Personality Assessment, 36, 254-262; 

Riva, E. (  2008) Adolescenza e anoressia: corpo, genere, soggetto, Raffello Cprtina, Milano;

Royer, J. (1977) La personalità del bambino attraverso il disegno della figura umana, O.S. Firenze; 

Selvini Palazzoli, (2005) L’anoressia mentale. Dalla terapia individuale al rapporto familiare, Raffaello Cortina, Milano.