La pedagogia: uno strumento a sostegno della creatività
a cura della dott.ssa Rita Pia Marinelli
Una storia ricca di creatività
Prima del Novecento, il concetto di creatività, come caratteristica umana era rifiutato, in quanto l’atto creativo era da intendersi legato esclusivamente alla divinità. La prima volta che viene utilizzato il verbo “creare” infatti, è nella Bibbia.
Solo le scienze positive, intorno alla prima metà dell’ottocento, riprenderanno i discorsi sul tema della creatività, attraverso lo studio dei primi essere umani sulla terra che sin da subito, si mostrarono desiderosi di ricorrere all’atto creativo.
Si narra infatti, di un essere umano che ha sempre saputo esprimersi e comunicare, attraverso quei pochi “strumenti” di cui la natura poteva dotarlo: ossa di animali, fango, legno, pietre e carbone. Un gesto espressivo, meramente funzionale al bisogno di comunicare le azioni che scandivano la quotidianità o le imprese più significative, che oggi conosciamo come “arte rupestre”. Era ancora lontano però dalla consapevolezza che accompagna il gesto creativo, ci vorrà tempo prima che l’essere umano giunga a questo tipo di coscienza.
I significati sulla creatività oggi invece, scomodano discipline differenti, come la psicologia, la psichiatria, la genetica e la pedagogia. La maggior parte di loro convenendo sull’ipotesi della creatività come virtù, di cui proprio tutti sono dotati. La psicologia ad esempio, la definisce come “processo di dinamica intellettuale” che interviene nel momento in cui bisogna compiere delle scelte e, la vita quotidiana in effetti, ci chiede continuamente di agire, disponendoci a farlo per mezzo di rappresentazioni mentali, automatiche e inconsce. L’essere umano utilizza, il più delle volte, inconsapevolmente la creatività, in ogni aspetto che riguarda la propria esistenza. Dunque nessuno può negare di essere creativo (a modo suo) e di questa realtà ce ne fanno continuamente ammenda i bambini attraverso le loro attività. Durante la crescita, l’essere umano respinge in un angolo sempre più ristretto la creatività, per lasciare sempre più spazio alla razionalità
L’Attivismo Pedagogico sul tema della creatività
Alla creatività iniziarono ad indirizzarsi, in maniera più mirata agli inizi del 1900, gli studi da parte di quello che verrà definito Attivismo Pedagogico. Da questi studi, emergerà una creatività più legata al concetto di esperienza. In questo periodo, le Scienze Pedagogiche inoltre, finalmente assumono uno statuto disciplinare che le contraddistingue come nuove discipline dal valore scientifico che intrecceranno, stretti legami con la psicologia. La pedagogia attiva, ribalta il focus e dunque non pone più il docente al centro dell’obbiettivo (superando la visione pedagogica di Herbart, focalizzata sulla figura del maestro e sui contenuti disciplinari) ma il discente, la sua psicologia, i suoi interessi, la sua personalità e le sue capacità.
L’allievo diventa protagonista della sua educazione e formazione, attraverso l’esperire come metodo euristico, per attivare processi logici e cognitivi, finalizzati all’acquisizione di un sapere non più calato dall’alto ma che fa della pratica il suo motore. La pedagogia attiva, nasce dal pragmatismo alla base delle teorie di John Dewey (1859 – 1952), per il quale la libertà d’azione, è un principio fondamentale, concedendo allo spazio un valore centrale. L’apprendimento trae la sua origine dal mondo circostante, dai processi di socializzazione. Il lavoro delle Scuole Nuove, nate in seno all’attivismo pedagogico infatti, prevede una didattica frequentemente a contatto con la natura. Tutto diventa spunto e materiale per l’apprendimento che il bambino stesso manipola ed esperisce, spinto esclusivamente dai propri interessi e diventando in questo modo, promotore del proprio progetto formativo.
L’Attivismo Pedagogico dagli Stati Uniti, si diffuse successivamente in Europa, grazie all’opera del pedagogista svizzero Adolphe Ferrierè (1879 – 1960), divulgatore proprio delle Scuole Nuove e che fondò la prima “Casa di educazione in campagna”, nel 1902 a Glarisegg (Svizzera). In questo nuovo stile educativo, il principio fondamentale era la libertà, attraverso la promozione di attività spontanee con l’obiettivo di suscitare la curiosità e l’interesse ma soprattutto, sviluppare la creatività e lo spirito di osservazione. Un processo di insegnamento che ha la peculiarità di condurre i bambini verso l’indipendenza e l’autodisciplina. Ferrière definiva la creatività “slancio vitale”, intendendola come una capacità propria del bambino e da qui, la necessità di far esplodere e crescere questo spirito di innovazione, lasciandolo libero da ogni tipo di imposizione, tranne quelle relative al rispetto nei confronti del prossimo.
L’arte della creatività
L’arte era dunque un elemento emergente, in maniera spontanea dalla pratica del “fare”, fondamento della pedagogia attiva e delle Scuole Nuove ed essendo l’arte libertà, solo attraverso un’educazione libertaria, l’arte si trasforma in “fare educativo”. L’educatore assume così, il doppio ruolo di scienziato e artista dell’educazione, riconnettendo sé stesso e l’altro alla propria dimensione interiore, attraverso la relazione di cura. Precursore se vogliamo di queste teorie, fu già il filosofo e pedagogista austriaco Rudolf Steiner (1861-1925). Nella pedagogia di Steiner, il percorso di crescita degli alunni, è suddiviso in quattro fasi idealtipiche di sviluppo:
- l’apprendimento di capacità prosociali e comunicative;
- la graduale consapevolezza di una coscienza individuale come parte di una coscienza collettiva, nella chiave pedagogica del “dover essere”;
- la maturazione attraverso la pratica e l’esperienza, ovvero il “saper fare”;
- lo sviluppo costante della creatività, comune dotazione umana, nell’ottica di un continuo divenire.
L’obbiettivo di questo approccio è quello di portare ad uno sviluppo integrato il pensiero, il sentimento e la volontà attraverso una serie di pratiche artistico-creative-artigianali, che coinvolgano queste facoltà, secondo uno stile pedagogico che si traduce in una vera e propria arte dell’educazione. Analogamente per Maria Montessori (1870 – 1952), la creatività, dotazione rilevabile maggiormente nei bambini, diventa insieme all’immaginazione e alla fantasia, la componente fondamentale per ogni processo di sviluppo. Nonostante il termine relativo all’approccio montessoriano sia definito come “metodo”, quello che Maria Montessori intendeva realizzare era essenzialmente un modello non prescrittivo ma aperto, non relegabile esclusivamente all’ambito educativo, piuttosto un viatico per orientarsi nel concepire uno sviluppo armonico dell’essere umano.
La connessione tra pedagogia e psicologia sul tema della creatività, si infittisce grazie agli studi dello psicologo Joy Paul Guilford (1897 – 1987) che definì la creatività, come quella capacità del pensiero di produrre un’elevata quantità di “elementi ideativi”, al fine di apportare miglioramenti anche in assenza di problematiche da risolvere. La creatività secondo Guilford, è una modalità di pensiero che “divergente”, poiché capace di produrre svariate soluzioni, soprattutto per quei problemi che lasciano spazio a più risposte, discostandosi dal pensiero unico. Emblematica diventa la figura dell’artista, che prima di realizzare la sua opera, metterà al vaglio più soluzioni, elaborando a volte delle sintesi eccezionali e dando così prova della sua originalità. Meccanicamente la creatività nasce dal pensiero divergente, trovando la sua origine nella parte destra del cervello. Accade così per tutti gli individui, chiamati nella quotidianità a compiere delle scelte in tutti i settori della propria vita. In opposizione a questo tipo di pensiero, Guilford elaborerà il concetto di pensiero convergente che, in antitesi a quello divergente, non prevede nessuna originalità, “converge” appunto, verso un’unica risposta- soluzione, utilizzando solamente la logica.
Divergenze e convergenze pedagogiche
Tra coloro che osteggiavano caldamente le teorie guilfordiane sul pensiero divergente (la creatività), troviamo Jean Piaget (1896-1980). Lo psicologo e pedagogista svizzero non era affatto convinto infatti, che la creatività fosse una differente intelligenza, ma semplicemente che questa fosse parte di un tutto definito “intelligenza”, ovvero una proprietà di questa. Piaget inoltre, riteneva che la creatività non fosse una qualità innata, né tantomeno maggiormente rinvenibile nello schema di comportamento infantile. Secondo Piaget, nel comportamento dei bambini, la creatività era semplicemente una carenza di informazioni, un’immaturità nell’adattare i propri sistemi di comportamento a quelli sociali, non dote sorprendete ma incoerenza tra l’oggettività e la soggettività. Lo sviluppo dell’intelligenza e della sua proprietà creatività per Piaget, è qualcosa che procede con la crescita seguendo gli stadi del gioco.
L’attività del gioco dunque pare essere collegata direttamentecon quella della creatività, ma solo per le specie animali più evolute, a parte quella umana. L’attività ludica per Piaget, è promotrice di una serie di funzioni, tra cui lo sviluppo della socialità e dell’affettività, il potenziamento delle capacità psico-fisiche, l’aumento del personale potere immaginativo e delle capacità intellettive, stimo per la concentrazione e l’attenzione.
Tra i sostenitori della creatività non possiamo non ricordare il grande artista Bruno Munari (1907 – 1978), il quale diede al tema una spinta non solo teorica ma soprattutto pratica, trovando nell’infanzia un terreno fertile per poter piantare semi di fantasia. Anche lui come altri pedagogisti e artisti prima di lui, si è fatto promotore di un’educazione creativa dedicata all’infanzia, nella piena convinzione, che questa fosse la via per migliorare la società del domani. Il suo metodo si basava essenzialmente sulla possibilità di far emergere il potenziale creativo sopito, nascosto, attraverso un’attenta analisi di quegli agganci che potevano mettere in moto il processo, senza definire tutto sommato, delle regole rigidamente strutturate. Una raccomandazione però Munari tiene a farla, quella di non trascurare la conoscenza, nutrimento per la mente e la sola garante di un pensiero libero e creativo. Grazie all’esperienza conoscitiva, ai bambini giungono quelle informazioni che successivamente ricalcano sulla forma di altri elementi già appresi e dunque, una banana può trasformarsi in un telefono!
Un pedagogista contemporaneo, che ha proseguito la ricerca in tema di creatività, è Gianfranco Staccioli che propone un modello di educazione alla creatività, come promozione dell’essere umano nella sua integralità, intendendo con questo termine, qualcosa che non può prescindere dalla socialità. La creatività diventa dunque una questione sociale, che predilige come strumento elettivo l’istruzione. Staccioli ha dedicato buona parte della sua carriera all’educazione creativa, in percorsi dedicati che abbracciano tutte le età trovando nell’arte, uno dei mezzi più efficaci per stimolare lo spirito critico, l’osservazione, il pensiero divergente, in continuità con le teorie degli autori fin ora trattati. Per Staccioli un accompagnamento creativo non può esimersi da un’ineludibile responsabilità di educare ogni individuo secondo le proprie caratteristiche e specificità, partendo dalla creatività originaria in tutti e di tutti. L’intento della didattica secondo Staccioli, deve fondarsi su percorsi plurimi, in vista della sperimentazione di linguaggi diversificati.
Una teoria a sostegno della creatività
A sostegno delle teorie di Staccioli, quelle di un altro psicologo statunitense, tale contemporaneo Howard Gardner che già nel corso degli anni ‘80, elaborava la teoria sulle intelligenze multiple, un approccio decisamente innovativo per analizzare le capacità umane. Gardner rompeva il tradizionale “blocco” intellettivo, per scomporlo in più capacità mentali o intelligenze, nello specifico 7, indipendenti nel loro funzionamento e nel modo di combinarsi tra loro. Questa teoria rivoluzionò non solo il campo di studi psicologico circa il funzionamento della mente umana, ma anche per la pedagogia fu una rivelazione utile a definire stili di apprendimento differenti. La teoria di Gardner infatti, associa agli individui capacità mentali differenti che promuovono apprendimenti differenti, da qui l’esigenza di diversificare le modalità di insegnamento. In una società accademica, che aveva attribuito per secoli al cervello una forma bi-partita tra intelligenza umanistica e scientifica, Gardner riconsegna un’impensabile forma di intelligenza addirittura frammentata in sette:
- Intelligenza linguistico-verbale: ovvero “maneggiare” agilmente le parole (in modalità scritta e orale);
- Intelligenza logico-matematica: allo stesso modo che per quella linguistica, adopera i numeri e il ragionamento matematico con estrema padronanza;
- Intelligenza visivo-spaziale: utilizza le immagini, per potersi orientare praticamente e metaforicamente, nella propria quotidianità;
- Intelligenza musicale: di chi è capace di trasformare i “concetti in musica”;
- Intelligenza cinestetica: tipica degli individui che riescono ad esprimere la propria essenza attraverso il corpo, dimostrando uno spiccato senso di equilibrio posturale e mentale;
- Intelligenza interpersonale: grande capacità di comprensione degli stati d’animo altrui con un maggiore successo nella socializzazione;
- Intelligenza intrapersonale: tipica di chi manifesta un forte senso di consapevolezza di sé, attraverso attività riflessive.
Seguendo la teoria elaborata da Gardner, gli individui sono in possesso di tutte queste forme di intelligenza contemporaneamente ma ognuno a suo modo, ha la tendenza a realizzarsi utilizzandone una (o più d’una) rispetto alle altre. Un approccio rivoluzionario e stimolante per la didattica, che si pone l’obbiettivo di stimolare armonicamente tutte le intelligenze dell’individuo.
Concludendo
Dopo il nostro percorso intorno al tema della creatività, una domanda nasce spontanea? Come può la pedagogia investire sulla creatività degli individui? L’arte si offre come risposta. Sicuramente con la riforma della legge 107 (la buona scuola), l’istruzione ha subito una rivisitazione in toto e soprattutto, è stata riconsegnata nelle mani dei diretti interessati: insegnanti e studenti. Dalla sua approvazione (il 7 aprile 2017, con entrata in vigore a partire dal 31 maggio 2017), attraverso gli 8 decreti del governo Renzi, l’offerta formativa si è ampliata soprattutto dal punto di vista artistico, rinforzando i percorsi esistenti.
Dunque più arte e più musica nei programmi di insegnamento, assolvendo così al d.lgs. N.60 (che vede un ampliamento della cultura umanistica e culturale, come incentivo alla creatività), attraverso il PTA, ovvero il piano triennale delle arti, con lo scopo di pianificare e realizzare progetti a sostegno della creatività oltre l’educazione artistica. Scopo dell’articolo 3 del d.lgs. 60/2017 inoltre, è il raggiungimento di obbiettivi specifici in aeree artistiche quali appunto teatrale, musicale, coreutica, linguistico-creativa, artistico-visiva. L’attività pedagogica teatrale a scuola, dall’Infanzia alla scuola secondaria di secondo grado, inserita settimanalmente nell’orario scolastico da settembre a giugno, potrebbe rivelarsi ad esempio, una proposta strategica per stimolare la creatività, approfondendo al contempo altre discipline. Il teatro è un’arte globale, nel senso che contiene le altre, la scrittura, l’arte figurativa e plastica per le scenografie e per gli oggetti di scena, il canto, la danza. È un vero e proprio contenitore artistico dall’elevato potere creativo, emotivo, comunicativo, sociale. La drammatizzazione ad esempio, è una tecnica teatrale che ha già ampiamente dimostrato la sua validità in campo formativo ed educativo e che ogni docente potrebbe apprendere, come strategia alternativa a sostegno della didattica dei propri contenuti disciplinari. Non ci sono infatti limiti alla drammatizzazione, nemmeno per le discipline spiccatamente scientifiche.
Bibliografia
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Dewey J., L’arte come esperienza, Sesto San Giovanni (MI), Aesthetica, 2020
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Munari B., Fantasia, Roma Bari, Editori Laterza, 1977
Piaget J., La Formazione del simbolo nel bambino, Firenze, La Nuova Italia, 1972
Staccioli G., Immagini fatte ad arte. Idee ed esperienze per educare alla comunicazione visiva, Roma, Carocci Editore, 2000
Steiner R., Arte e conoscenza dell’arte. Fondamenti di una nuova estetica, Milano, Editrice Antroposofica, 2014
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Sedini A., La creatività nell’educazione, https://clinicalpedagogy.com/la-creativita- nelleducazione/