Open dialogue: l’efficacia nel miglioramento delle relazioni familiari

A cura della Dott.ssa Sara Mazzocchio

Abstract

L’Open Dialogue è un approccio terapeutico innovativo nato in Finlandia che si concentra sul dialogo aperto tra pazienti, famiglie e operatori sanitari, enfatizzando la partecipazione attiva e collaborativa di tutti i membri coinvolti nel trattamento. Oltre a essere efficace nel trattamento di disturbi mentali gravi, ha dimostrato un impatto positivo sulle relazioni familiari disfunzionali, poiché mira a trasformare le dinamiche relazionali che contribuiscono al disagio emotivo e psicologico (Seikkula et al., 2003). L’approccio sistemico e dialogico incoraggia una comunicazione aperta e non gerarchica, favorendo una maggiore comprensione reciproca e riducendo i conflitti all’interno delle famiglie.

Dal punto di vista teorico, l’Open Dialogue si basa sul dialogismo di Bakhtin e sui principi della terapia sistemico-relazionale, sostenendo che la sofferenza psichica sia in gran parte influenzata dalle dinamiche relazionali e che la cura debba coinvolgere l’intero sistema familiare (Seikkula & Arnkil, 2014). Il dialogo aperto consente alle famiglie di esplorare nuovi significati condivisi e di superare modelli comunicativi rigidi e disfunzionali, promuovendo un cambiamento nelle interazioni. Le evidenze scientifiche a supporto dell’efficacia nelle relazioni familiari sono solide.

Uno studio condotto da Aaltonen et al. (2011) ha mostrato come sia efficace nel ridurre il livello di stress familiare e migliorare la coesione familiare nei casi di psicopatologie gravi (Aaltonen et al., 2011). Inoltre, si evidenzia come l’OD contribuisca a ricostruire il legame tra i membri della famiglia, migliorando la comunicazione e riducendo i sintomi di alienazione e isolamento spesso presenti in famiglie con relazioni disfunzionali. (Seikkula et al., 2011).

In conclusione, l’Open Dialogue non solo si è dimostrato efficace nel trattamento dei disturbi mentali, ma rappresenta anche un modello terapeutico valido per il miglioramento delle relazioni familiari disfunzionali. Questo approccio, attraverso il coinvolgimento attivo dei familiari e l’adozione di un dialogo aperto, facilita una maggiore comprensione reciproca e promuove la risoluzione dei conflitti relazionali, migliorando il benessere generale delle famiglie (Buus et al., 2017).

Introduzione

Il metodo dell’open dialogue  si basa sulla collaborazione tra pazienti, familiari e professionisti, mettendo in discussione l’idea tradizionale di trattare il singolo individuo in isolamento e si basa su: Dialogo Aperto e Partecipativo: Il fulcro dell’Open Dialogue è il dialogo aperto tra paziente, familiari e terapeuti. Ogni persona coinvolta ha la possibilità di esprimere liberamente il proprio punto di vista. Il terapeuta non è un “esperto” che dirige il dialogo, ma agisce come facilitatore. Questo processo si basa sull’idea che il dialogo stesso ha un potere curativo, stimolando un processo di co-costruzione di senso intorno alla sofferenza (Seikkula, Alakare & Aaltonen, 2001).      

Immediatezza dell’Intervento: Uno dei principi chiave è l’immediato coinvolgimento della rete sociale del paziente. Entro 24 ore dal primo contatto con il servizio, viene organizzato un incontro a cui partecipano il paziente, i familiari e i professionisti sanitari coinvolti. Questa tempestività è cruciale per evitare l’isolamento del paziente e rispondere ai bisogni emergenti con maggiore efficacia (Seikkula et al., 2003).                                                                                                                                               

Continuità del Team di Cura: In Open Dialogue, gli stessi terapeuti seguono il paziente e la sua rete familiare durante tutto il percorso terapeutico, garantendo continuità e coerenza nelle cure. Questo evita frammentazioni e incomprensioni, che possono sorgere quando più operatori sanitari trattano separatamente lo stesso caso (Seikkula et al.,2001). 

Tolleranza dell’Incertezza: L’approccio non cerca di trovare risposte immediate o di etichettare i sintomi del paziente, ma piuttosto incoraggia la tolleranza dell’incertezza. Non si tende a formulare diagnosi troppo precoci né a prescrivere trattamenti farmacologici invasivi in tempi stretti, ma si dà tempo al dialogo di evolvere, creando uno spazio sicuro per l’elaborazione delle difficoltà. Secondo Seikkula (2011), la tolleranza dell’incertezza permette alla rete di sviluppare soluzioni più sostenibili e adattive nel lungo termine.                                                                                                                                  

Coinvolgimento attivo della Rete Sociale: La rete familiare e sociale non è vista come un contesto disfunzionale da “correggere”, ma come una risorsa attiva per il processo di guarigione. I familiari sono partner attivi nel percorso terapeutico e sono coinvolti in tutte le fasi del trattamento, creando un ambiente di sostegno e comprensione (Seikkula & Arnkil, 2006).

1.        Come si svolge una seduta di Open Dialogue

Durante la seduta, chiamata riunione di rete, partecipano il paziente, i suoi familiari (o amici o altre persone importanti nella sua vita) e un team di professionisti (generalmente psicoterapeuti, psichiatri, infermieri). Non esiste una rigida struttura a cui attenersi, ma ci sono principi guida. La seduta inizia con una breve Introduzione e spiegazione degli obiettivi da parte dei terapeuti su cosa aspettarsi dall’incontro.

Tutti i partecipanti vengono incoraggiati a partecipare attivamente e a condividere le loro opinioni e sensazioni. Il terapeuta, poi, facilita una discussione aperta senza giudizi o interpretazioni precoci, accogliendo i punti di vista di tutti i presenti. Non vengono fatte interruzioni, e l’obiettivo è quello di costruire un dialogo in cui le preoccupazioni del paziente siano al centro, ma dove anche le esperienze e le difficoltà dei familiari trovino spazio (Seikkula et al., 2006). Durante la seduta, i terapeuti possono riflettere tra loro a voce alta, discutendo di ciò che hanno ascoltato, spesso davanti al gruppo. Questa pratica di “rispecchiamento” consente di condividere pensieri in modo trasparente, senza imporre una direzione specifica alla discussione. Le riflessioni servono più per stimolare ulteriori contributi e approfondire i punti di vista che per giungere a conclusioni definitive (Seikkula & Arnkil, 2006). Il silenzio è considerato una parte integrante della comunicazione. Durante una seduta, i momenti di silenzio non sono visti come interruzioni, ma come momenti in cui riflettere su ciò che è stato detto. Questo consente di elaborare il dialogo senza la pressione di riempire ogni momento di parole (Seikkula & Arnkil, 2006).

2.        Fondamenti Teorici sull’open dialogue

Tra i fondamenti teorici che hanno piu influenzato questo metodo terapeutico sono stati il costruttivismo sociale, teoria della comunicazione sistematica, modello di trattamento multidisciplinare e modello dei sistemi complessi

2.1 Costruttivismo sociale

Uno dei fondamenti teorici dell’Open Dialogue è il costruttivismo sociale, che sottolinea l’importanza delle interazioni sociali nella costruzione della realtà individuale. La teoria suggerisce che il significato di esperienze e sintomi psichiatrici è co-costruito nelle relazioni. Le conversazioni aperte, tipiche dell’Open Dialogue, permettono ai pazienti di esprimere le loro esperienze e di rielaborare il loro significato in un contesto supportivo (Gergen, 1999). Il costruzionismo sociale si sviluppa principalmente nell’ambito della sociologia e della psicologia sociale a partire dagli anni ’60, Il fulcro del costruzionismo sociale è l’idea che la realtà sociale sia creata e mantenuta attraverso le interazioni quotidiane, specialmente attraverso il linguaggio. Ogni concetto o esperienza non ha un significato intrinseco, ma è definito e reinterpretato continuamente attraverso il dialogo e le convenzioni culturali. (Berger & Luckmann, 1966). Le “verità” su noi stessi e sul mondo sono costantemente costruite e ricostruite attraverso le conversazioni. Il linguaggio non riflette una realtà oggettiva, ma co-crea la realtà attraverso narrazioni condivise. (Gergen, 1999). Nell’Open Dialogue, il costruzionismo sociale si manifesta attraverso un tipo di dialogo che permette di co-costruire il significato dei sintomi e delle esperienze del paziente, non imponendo una lettura predefinita da parte degli operatori sanitari. Le parole scelte dai partecipanti al dialogo — paziente, familiari e terapeuti — creano una narrazione collettiva che dà forma alla comprensione dell’esperienza psicotica o del disagio psichico. (Seikkula, 2002). Il potere curativo del dialogo deriva dal fatto che si tratta di un processo partecipativo, dove i significati non sono determinati a priori da un esperto (il terapeuta), ma emergono dalle interazioni.

2.2 Teoria della Comunicazione Sistematica

L’Open Dialogue si basa anche su teorie della comunicazione, in particolare sulla teoria della comunicazione sistemica. Questo approccio considera la comunicazione come un processo dinamico che influenza le relazioni e il benessere psicologico. Le conversazioni aperte e collaborative, che caratterizzano questo modello, possono favorire la risoluzione dei conflitti e migliorare le relazioni interpersonali (Tomm, 1984).

La teoria della comunicazione sistemica è strettamente associata alla scuola di Palo Alto e al lavoro di Gregory Bateson, Paul Watzlawick e altri studiosi della comunicazione. Descrivono come ogni comunicazione non sia solo uno scambio di informazioni, ma anche un modo per definire le relazioni e influenzare l’equilibrio del sistema sociale e familiare. La comunicazione è vista come circolare e interattiva, dove ogni risposta influenza le successive in un ciclo continuo. Questa visione sistemica sottolinea che il significato di un messaggio dipende dal contesto relazionale e che ogni comunicazione ha sia un aspetto di contenuto che uno relazionale. (Watzlawick et al., 1967).

Nell’Open Dialogue, la teoria della comunicazione sistemica fornisce una struttura per comprendere come i problemi mentali si sviluppano e si mantengono all’interno di sistemi familiari e sociali. Ogni crisi psicologica è vista come un segnale di un malfunzionamento comunicativo all’interno del sistema familiare, e l’intervento terapeutico mira a ristrutturare questi processi comunicativi. Il modello di intervento di Open Dialogue promuove un dialogo in cui tutte le parti coinvolte (paziente, famiglia, operatori sanitari) sono considerate parti attive e ugualmente importanti. Il dialogo riflessivo è una tecnica utilizzata nell’Open Dialogue per incoraggiare le famiglie a osservare e riflettere sui propri modelli comunicativi. Questo approccio consente di rompere i cicli di comunicazione disfunzionale e di sviluppare nuove modalità di interazione, più salutari e costruttive. (Andersen, 1991).

 2.3 Modello di Trattamento Multidisciplinare

Il concetto di multidisciplinarietà nelle scienze della salute ha radici nella collaborazione tra diverse discipline per affrontare la complessità della malattia. L’integrazione di competenze da diversi campi (psichiatria, psicologia, assistenza sociale, infermieristica) è fondamentale per trattare patologie complesse come le psicosi. Ogni professionista porta una prospettiva diversa, che arricchisce la comprensione del problema e migliora la qualità dell’intervento terapeutico. (Bronstein, 2003)

Nell’Open Dialogue, l’approccio multidisciplinare è organizzato in modo tale che un team di professionisti partecipi direttamente alle sedute terapeutiche sin dalle prime fasi della crisi. L’idea centrale è che una crisi psicotica non possa essere compresa da una sola disciplina, poiché le cause e le manifestazioni del disagio psichico sono multidimensionali. Il lavoro collaborativo tra diversi professionisti, non avviene solo dietro le quinte, ma in presenza del paziente e della sua famiglia. Questo genera un senso di trasparenza e fiducia, poiché tutte le decisioni vengono prese congiuntamente, questo modello crea un contesto di cura “democratico”, in cui tutte le voci — del paziente, dei familiari e dei diversi professionisti — hanno lo stesso valore. (Seikkula et al., 2006).

2.4 Teoria dei Sistemi Complessi

L’Open Dialogue può essere anche compreso attraverso la lente della teoria dei sistemi complessi, che enfatizza l’interconnessione e l’interdipendenza degli elementi all’interno di un sistema. Questo modello suggerisce che i cambiamenti in un’area del sistema (ad esempio, le dinamiche familiari) possono influenzare altre aree (ad esempio, il benessere del paziente), esso agisce come un catalizzatore per il cambiamento sistemico, portando a risultati più sostenibili. (Rappaport, 2000). In un sistema complesso, le componenti sono interconnesse e interdipendenti; le azioni di una parte del sistema possono avere effetti imprevedibili e non lineari sull’intero sistema. I sistemi complessi presentano anche proprietà emergenti, cioè caratteristiche che non possono essere previste studiando solo le singole parti. (Capra, 1996 & Prigogine, 1980). Nel contesto dell’Open Dialogue, la famiglia e il contesto sociale del paziente sono considerati come un sistema complesso. Ogni membro della famiglia o della rete sociale contribuisce alla dinamica complessiva, e una crisi psicologica non riguarda solo il paziente, ma riflette uno squilibrio nell’intero sistema. Si applica la teoria dei sistemi complessi per spiegare come un piccolo cambiamento nel modo in cui le persone parlano o si relazionano può avere effetti significativi su tutto il sistema. (Seikkula, 2011)

3.L’efficacia dell’opendialogue sulle disfunzioni familiari

L’approccio dell’Open Dialogue è particolarmente efficace nel miglioramento delle relazioni familiari disfunzionali grazie alla sua natura dialogica e inclusiva, che permette una trasformazione delle dinamiche relazionali e una riduzione delle tensioni intrafamiliari. Questo metodo si basa su una serie di principi terapeutici che stimolano un cambiamento profondo e sostenibile nel modo in cui le famiglie affrontano i problemi.

Dialogicità e trasparenza nelle comunicazioni familiari: L’Open Dialogue pone grande enfasi sul concetto di “dialogicità”, che promuove una comunicazione aperta e onesta tra tutti i membri della famiglia, compresi i terapeuti. La partecipazione attiva di tutti i soggetti coinvolti e l’immediata risposta alle crisi sono elementi centrali del metodo. Questo modello crea un ambiente in cui i membri della famiglia possono affrontare direttamente le loro difficoltà, favorendo una comprensione reciproca più profonda e riducendo il rischio di isolamento emotivo. La trasparenza e l’inclusività nel processo terapeutico aiutano a superare la sensazione di incomprensione o alienazione, che spesso caratterizza le famiglie con problemi relazionali. (Seikkula & Arnkil, 2014)

Empowerment e co-costruzione del significato: l’Open Dialogue non fornisce soluzioni precostituite, ma promuove l’emergere di soluzioni condivise attraverso il dialogo. Questo approccio aumenta il senso di agency dei membri della famiglia, poiché essi non vengono trattati come “oggetti” del trattamento, ma come “soggetti” attivi nel processo di cura. La co-costruzione del significato aiuta a sviluppare una narrativa condivisa, riducendo la colpa o lo stigma che spesso accompagna i problemi familiari e favorendo una maggiore collaborazione tra i membri. (Seikkula et al., 2001).

Creazione di reti di supporto e riduzione dell’isolamento: Oltre alla famiglia nucleare, vengono coinvolti amici e altre persone significative, creando una rete di supporto che può sostenere la famiglia nel lungo termine. Questo approccio si dimostra efficace nel contrastare il senso di isolamento che spesso caratterizza le famiglie disfunzionali, soprattutto in situazioni di crisi. Rafforzando i legami sociali e interpersonali, il metodo contribuisce a creare un ambiente più resiliente in cui i membri della famiglia possono affrontare le difficoltà in modo collaborativo. (Olson et al., 2014)

Risultati a lungo termine e sostenibilità del cambiamento: Gli studi longitudinali condotti da Seikkula et al. (2003) mostrano che l’approccio dell’Open Dialogue è associato a un miglioramento sostenibile delle dinamiche familiari. Il metodo ha dimostrato di ridurre la necessità di trattamenti farmacologici e di ospedalizzazione, il che implica una risoluzione più organica dei conflitti relazionali all’interno della famiglia. Il miglioramento della capacità della famiglia di gestire le crisi attraverso il dialogo riduce la probabilità di ricadute e promuove una maggiore stabilità emotiva. Le famiglie che partecipano all’Open Dialogue riportano non solo una riduzione del disagio psicologico, ma anche un miglioramento del benessere relazionale a lungo termine. (Sekkula et al., 2003)

Riduzione dei sintomi e miglioramento delle relazioni intra-familiari: l’Open Dialogue è efficace non solo nella riduzione dei sintomi di disagio psichico, ma anche nel miglioramento delle relazioni intra-familiari. I risultati indicano che le famiglie che partecipano a questo tipo di terapia mostrano un aumento della coesione e della cooperazione, con una conseguente riduzione dei conflitti. Questo miglioramento si estende anche ai livelli di supporto emotivo tra i membri della famiglia, che risultano essere più capaci di affrontare le difficoltà insieme, piuttosto che in modo frammentato. (Aaltonen et al., 2011)

Conclusione

L’Open Dialogue si dimostra particolarmente importante ed efficace nelle famiglie con disfunzioni relazionali grazie al suo approccio unico, incentrato sul dialogo aperto e sulla partecipazione attiva di tutti i membri. L’efficacia di questo modello deriva dalla capacità di promuovere una comunicazione trasparente, che permette di ridurre conflitti e incomprensioni, e di coinvolgere l’intera rete familiare, rendendo ciascun membro parte attiva nel processo di cambiamento.

Il metodo aiuta le famiglie a co-costruire significati condivisi, sviluppando soluzioni collaborative e promuovendo un maggiore senso di responsabilità comune. L’approccio sistemico dell’Open Dialogue, che si concentra non sul singolo individuo ma sulle dinamiche relazionali, consente di affrontare in modo olistico i problemi e le crisi. Questo non solo migliora le relazioni interne alla famiglia, ma crea un ambiente più stabile e solidale, riducendo la necessità di interventi esterni come la farmacoterapia o l’ospedalizzazione.

In sintesi, l’Open Dialogue è così efficace perché non si limita a risolvere sintomi o conflitti individuali, ma genera un cambiamento profondo e duraturo nelle relazioni familiari, promuovendo un benessere collettivo e sostenibile.

Riferimenti bibliografici

Aaltonen, J., Seikkula, J., & Lehtinen, K. (2011). The comprehensive Open Dialogue approach in                  Western Lapland: I. The incidence of non-affective psychosis and prodromal states. Psychosis, vol. 3, pp.179-191.

Alakare, B, Bergström, T., Köngäs-Saviaro, P, Mäki, P., Seikkula, J., Taskila, J. J. & Tolvanen, A. (2018). The long-term use of psychiatric services within the Open Dialogue treatment system after first-episode psychosis. Psychosis, vol.10, pp 33-44.

Andersen, T. (1991). “The Reflecting Team: Dialogues and Dialogues about the Dialogues”. New York: Norton.

Berger, P., & Luckmann, T. (1966). “The Social Construction of Reality: A Treatise in the Sociology of Knowledge. New York: Anchor Books.

Bronstein, L. R. (2003). A Model for Interdisciplinary Collaboration. Social Work, vol 48, pp 297-306.

Capra, F. (1996). “The Web of Life: A New Scientific Understanding of Living Systems”. New York: Anchor Books.

Carr, A. (2004). “Family Therapy: Concepts, Process and Practice”. New York: Routledge.

Gergen, K. J. (1999). “An Invitation to Social Construction”. London: Sage Publications.

Hahlweg, K., et al. (2020). The Effectiveness of Open Dialogue: A Systematic Review. Psychotherapy Research, vol. 30, pp.1-18.

Olson, M., Seikkula, J., & Ziedonis, D. (2014). The key elements of dialogic practice in Open Dialogue: Fidelity criteria. Worcester, MA: University of Massachusetts Medical School.

Prigogine, I. (1980). “From Being to Becoming: Time and Complexity in the Physical Sciences”. New York: Freeman.

Rappaport, J. (2000). “Community Psychology: Values, Research, and Action”. New York: Oxford University Press.

Seikkula, J. (2003). Dialogue is the change: Understanding psychotherapy as a semiotic process of Bakhtin, Voloshinov, and Vygotsky. Human Systems, vol.14, pp.148-167.

Seikkula, J. (2011). Becoming dialogical: Psychotherapy or a way of life? The Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, vol. 32, pp. 179-193.

Seikkula, J., & Arnkil, T. E. (2006). “Dialogical meetings in social networks”. Karnac Books.

Seikkula, J., & Arnkil, T. E. (2014). “Open Dialogues and Anticipations: Respecting Otherness in the Present Moment”. Helsinki: National Institute for Health and Welfare (THL).

Seikkula, J., Alakare, B., & Aaltonen, J. (2001). Open Dialogue in psychosis I: An introduction and case illustration. Journal of Constructivist Psychology, vol.14, pp.247-265.

Seikkula, J., Alakare, B., & Aaltonen, J. (2003). Open Dialogue in psychosis treatment: Principles and outcomes. Psychotherapy Research, vol.13, pp 213-228.

Tomm, K. (1984). Interventive Interviewing: Part II. Reflecting Processes. Family Therapy Networker, vol. 8, pp.10-16.

Watzlawick, P., Beavin, J. H., & Jackson, D. D. (1967). “Pragmatics of Human Communication: A Study of Interactional Patterns, Pathologies, and Paradoxes”. New York: Norton.