La Contingenza Perfetta nel Disturbo Autistico
I Motivi della Preferenza verso gli Stimoli “Meccanici”
a cura della Dott.ssa Rebecca Farsi
Introduzione
Nel suo approcciarsi alla realtà, l’autistico necessita di concretezza. Tutto quello che sfugge ad una elaborazione cognitiva stabile e organizzata supera la sua finestra di tolleranza, divenendo un fattore di difficile gestione, ove non di minaccia. Sono molti gli stimoli verso i quali l’autistico manifesta condotte di disinteresse, finanche percettivo, proprio perché non è capace di organizzarne gli aspetti e la direzione in una modalità prevedibile. Uno su tutti lo stimolo sociale.
Per Quale Motivo?
L’autistico sfugge lo stimolo sociale perché non riesce ad inserirlo in un sistema programmabile di cui può mantenere il controllo.
È complicato stabilire a priori l’andamento di uno scambio intersoggettivo. Se sappiamo con certezza che al pigiare di un interruttore si accenderà la luce o che il sollevare di una cornetta consentirà di rispondere al telefono, non è altrettanto automatico prevedere le potenziali evoluzioni di un dialogo o di una conversazione organizzati nella variabilità del contesto sociale.
Le condotte interattive non seguono modelli stereotipati, essendo basate sull’intersecarsi imprevedibile di interazioni empatiche, rese possibile grazie alla presenza “soggettiva” dell’altro. Si tratta di una competenza intuitiva, dominata da una mente emozionale che, per funzionare, necessita di procedere per improvvisazione, scevra di quegli stessi vincoli di cui l’autistico ha bisogno per strutturare una capacità di apprendimento.
Ecco il limite inderogabile.
Tutto ciò che esiste, per esistere, nell’autismo deve essere strutturato secondo regole prevedibili e non violabili, in coerenza con una sorta di cecità mentale che, nella patologia, nega l’accesso alle dimensioni più mutevoli e imprevedibili della realtà.
La paura della novità.
Spaventato da tutto ciò che non conosce e non riesce a programmare, l’autistico sfugge prudentemente la novità e l’imprevisto, rifugiandosi in una dimensione garantista fatta di routines, programmi prevedibili, condotte lineari in cui ad un’azione segue sempre la medesima conseguenza. Watson (1994; 1999) imputa questo aspetto ad un deficit della capacità percettiva che, nei soggetti autistici, si bloccherebbe “ad uno stato iniziale di ricerca ed elaborazione esclusiva degli stimoli di contingenza del Sé”, dando come risultato l’impossibilità di sviluppare un interesse continuato verso tutti quegli stimoli che si allontanano da una connotazione simmetrica e ripetitiva, per dirigersi verso gli accenti imprevedibili della dimensione sociale.
Da qui lo sviluppo della gamma di sintomi focali tipici del disturbo, quali la preferenza verso le stereotipie, la manipolazione degli oggetti, l’intolleranza alla variazione della routine, la difficoltà nell’inibizione delle risposte impulsive, l’avversione per l’interazione e per tutti quegli stimoli che, non potendo essere previsti, non possono nemmeno essere controllati. E per questo fanno paura (Gergely, 2001; Watson, 1999).
Il Disinteresse Verso l’Altro
Sin dalle prime fasi della vita il soggetto autistico mostra un certo disinteresse verso quegli aspetti della realtà che, non ripetendosi con meccanicità, non possono essere strutturati sulla base di un severo ordine logico, ivi comprese le occasioni interattive presentategli con finalità di scambio e vicinanza (uno sguardo, un sorriso, una mano tesa) (Di Giorgio, 2016). Sembra far difetto, in questi soggetti, quella capacità di relatedness grazie alla quale siamo naturalmente portati a dirigerci emotivamente verso l’altro e a godere del contatto relazionale. Sono gli stessi genitori ad asserirlo: bambini autistici non sollevano lo sguardo neppure se chiamati per nome, non partecipano ad azioni costruite mediante la direzionalità dello sguardo, si mostrano svantaggiati nei compiti di prestazione condivisa e di eye tracking (Senju e Jhonson, 2009; Scambler et al., 2007). Sono come assenti. Immunizzati da qualsiasi stimolo comporti un’interazione. Ciò che li interessa, e in un certo senso li rassicura, è rappresentato da quegli stimoli “non biologici” che si sentono in grado di prevedere e soprattutto di controllare.
È soprattutto in risposta ad una necessità di controllo che l’autistico dirige la propria attenzione verso le c.d. “contingenze perfette”. Tutti quegli stimoli afferenti ad una dimensione meccanica e inanimata, costruita tramite l’impiego di un incapsulamento difensivo che isola da tutto quanto appare sconosciuto, di difficile gestione e inevitabilmente minaccioso.
Il Concetto di Contingenza Perfetta e le Ricadute nella Sindrome Autistica
Parliamo di contingenza perfetta in tutti i casi in cui ad un’azione fa seguito la medesima conseguenza. Regolare, stabile, prevedibile, tale da non poter essere modificata. Nella maggior parte dei casi si tratta di stimoli afferenti alla dimensione degli oggetti, e per questo identificati come “non biologici”. Inanimati. Ad esempio il rumore del finestrino che si abbassa, il ticchettio di un orologio a pendolo, la polvere di una clessidra che scende lungo il vetro, l’oscillare di un barometro che disegna movimenti sincronici. Di fronte a queste stimolazioni l’autistico mostra un interesse naturale, talvolta fissandosi ad osservarle come incantato.
Allo stesso modo viene affascinato da convergenze sincroniche in cui due stimoli, anche provenienti da canali sensoriali differenti, si muovono all’unisono e verso la stessa direzione ( Vivanti, 2022): ad esempio il tono della voce che, durante un discorso, aumenta in corrispondenza di determinate parole, o il motore di una macchina che aumenta l’intensità parallelamente all’elevarsi della velocità dell’auto: questa prevedibilità visuo-percettiva rende le contingenze perfette simili a quelle stereotipie che garantiscono ordine e regolarità, evitando “l’imprevisto” così minaccioso.
Dati scientifici supportano l’ipotesi: un gruppo di soggetti con autismo e un gruppo di soggetti con ritardo mentale sono stati sottoposti alla visione di stimoli sociali e non sociali proiettati alternativamente su uno schermo. È emerso un maggior interesse verso gli stimoli sociali da parte del gruppo dei soggetti con ritardo, e una maggiore attenzione verso gli stimoli meccanici da parte del gruppo di autistici, che è parso in particolare interessato alla possibilità di individuare, durante l’ascolto, una contingenza perfetta tra movimento e suono. Indifferenti al fatto che uno stimolo fosse o meno sociale, i soggetti coinvolti hanno mostrato interesse verso una possibile sincronia audiovisiva degli stimoli (Klin et al. 2009).
In un esperimento simile un gruppo di bambini autistici di tre anni venne posto di fronte alle proiezione visiva di due stimoli, dei quali uno riproduceva il movimento oscillatorio e regolare di una mano, e l’altro il medesimo movimento ma sotto una forma meno strutturata e prevedibile. Anche in questo caso l’interesse dei soggetti coinvolti si diresse in maggioranza verso lo stimolo non biologico, mentre il movimento “biologico” della mano, proprio per la sua imprevedibilità, venne quasi totalmente trascurato (Gergely, 2001). I bambini volsero lo sguardo dalla parte opposta, e in qualche caso si comportarono come se lo stimolo non fosse neppure proiettato, rimanendo incapsulati all’interno di una realtà isolante e preclusiva, accessibile a loro soltanto. Si è del resto specificato come il soggetto autistico sia disinteressato alla relazione sociale, e di come il contatto oculare, nel suo contesto di vita, risulti precocemente svantaggiato. Ma per quale motivo?
OSSERVATORI DALLA NASCITA: la Preferenza per gli Stimoli Biologici come Competenza Innata
Guardare un altro negli occhi consente di comprenderne e intuirne gli stati d’animo, anticipandone i comportamenti in una modalità organizzativa, utile talvolta per la stessa sopravvivenza (Nadig e Sedivy, 2002). Pensiamo a quante volte leggere lo sguardo di un altro ha consentito di prevederne intenzioni e stati d’animo, e di sintonizzare, sulla base degli stessi, reazioni e comportamenti. Si tratta di un retaggio filogenetico, il cui valore adattivo ha favorito la conservazione e l’evoluzione della specie lungo il corso dei secoli.
Lo sguardo è un importante segnale ostensivo, veicolo di informazioni, contenuti e dati che l’espressione verbale non consente di trasmettere con altrettanta efficacia. L’essere umano è in grado di sfruttarne le preziose doti adattive grazie ad una idonea attrezzatura neurobiologica presente sin dalla nascita.
Studi scientifici hanno riferito che, bambini di pochi giorni di vita, mostrano preferenza attentiva verso un volto umano- soprattutto quello della madre- e che neonati di 2-3 mesi sono in grado di mantenere un contatto oculare con l’adulto seguendo con lo sguardo i movimenti del suo volto. Ma solo ove si tratti di un volto con gli occhi aperti, facendo difetto, nel caso contrario, quella componente di reciprocità che costruisce la dimensione interattiva e determina la continuità dello scambio (Vivanti, 2022).
Questa preziosa competenza interattiva viene garantita da meccanismi cerebrali specifici che consentono di percepire selettivamente il volto all’interno di una categoria di stimoli differenti: si tratta principalmente dell’amigdala e del giro fusiforme, la cui attività, in connessione con quella di aree sottocorticali localizzate per la maggior parte nel lobo temporale, contribuisce alla formazione del c.d. cervello sociale, deputato alla percezione, all’elaborazione e alla costruzione di competenze intersoggettive (Senju e Jhonson, 2009).
Ed è proprio il cervello sociale a mostrare, nell’autismo, uno svantaggio descrivibile nelle seguenti modalità (Kuhl, 2007):
- Anomalia nel sistema di connessione corticale che consente il passaggio dell’elaborazione visiva alla corteccia, da cui l’impossibilità di conferire significato ad un’immagine percepita;
- mancanza di social referencing, grazie al quale è possibile di sintonizzarsi sullo stato interiore dell’altro e riprodurne i comportamenti specifici, in una finalità prevalentemente imitativa (Vivanti, 2021; Congiu e Romano, 2006);
- interconnessione disfunzionale dei neuroni specchio, che rendono possibile la percezione sociale e la capacità imitativa attivando sistemi di comprensione, attenzione e scambio reciproco ( Vivanti, 2022);
- disfunzionalità del mirroring – inteso come capacità di riflettere in modalità sintonizzante le emozioni altrui e di riprodurle nel Sé (Dapretto et al, 2006);
- svantaggio nella capacità di mimicry, definibile come l’imitazione automatica della mimica facciale, specificamente debilitata da deficit nella corteccia fronto-temporo-parietale, nel sistema limbico e nel cervelletto. Dunque, se nei soggetti normotipici vedere un volto sorridente induce a sorridere, così come vedere una smorfia corrucciata spinge a corrugare le sopracciglia, negli autistici questa capacità appare ridotta a causa di uno stile di apprendimento incapace di percepire contingenze imperfette o non perfettamente riproducibili (Philippot, Feldman e Coats, 1999).
È davvero Solo una Questione Cerebrale?
In risposta a quanti affermano che questo deficit di competenza intersoggettiva derivi da uno svantaggio biologico, studi scientifici hanno rivelato che, in realtà, la popolazione autistica sarebbe potenzialmente in grado di rispondere agli stimoli sociali sin dalla nascita, e che un maggior interesse verso gli stimoli non sociali compaia soltanto a partire tra i due e i dodici mesi (Jones e Klin, 2013) come esito di una preferenza anomala generata specificamente dal disturbo (Bradshaw et al., 2019). Dunque la preferenza degli autistici verso le contingenze perfette non deriverebbe tanto da uno svantaggio cerebrale, quanto da una traiettoria evolutiva disfunzionale che spinge automaticamente alla selezione dello stimolo meccanico rispetto a quello biologico. Ciò sulla base di un probabile anomalia nelle funzioni esecutive, che consentono la pianificazione, la strutturazione, l’elaborazione degli stimoli e dei comportamenti organizzati ( Barale, Ucelli, 2006).
Consolidandosi nel tempo, questa preferenza comporterebbe l’indebolimento delle aree cerebrali deputate all’elaborazione dello stimolo sociale che, a causa di un prolungato disuso, finirebbero prevedibilmente con l’atrofizzarsi. Come accade ad un qualsiasi muscolo che non viene allenato (Dapretto et al., 2016).
Una tendenza anomala finisce così con l’invalidare o con il ridurre fortemente le funzioni di un’attrezzatura cerebrale ab origine non totalmente deficitaria, soprattutto nei casi di autismo ad alto funzionamento (Jones e Klin, 2013). Il deficit di socialità riscontrabile nell’autismo non sarebbe dunque fondato su basi genetiche o neurobiologiche, bensì su una preferenza disfunzionale che va a danneggiare l’attrezzatura cerebrale e le funzioni ad esso collegate, causandone la debilitazione.
Ma allora? Ipotesi della Preferenza Biologica o Acquisita?
Appurato che nella sindrome autistica la reciprocità sociale risulta difficile da sviluppare e da gestire, resta il dubbio se questo dato debba essere considerato la causa o la conseguenza delle connotazioni patologiche connesse alla sindrome. In altre parole, ci si chiede se la mancata attenzione verso gli stimoli sociali sia imputabile ad una inefficienza biologica che ne rende difficoltoso l’apprendimento, o se sia piuttosto la dimensione biologica a risultare danneggiata da una serie di traiettorie disfunzionali che, a fronte di funzioni cerebrali normotipiche, impediscono un uso adeguato del cervello sociale.
La questione non è di poco conto, in un contesto clinico che, fatto salvo il bisogno di risposte categoriali e saturanti, sa quanto sia opportuno, soprattutto nel caso di patologie come l’autismo, non trincerarsi in una presa di posizione polarizzata, ma attestarsi su condizioni di flessibilità eziopatologica, che tengano in considerazione lo stato dell’individuo, la gravità della patologia e le caratteristiche del contesto di sviluppo, senza invalidare nessuna ipotesi, accettarla a priori o egualmente indulgere in imprudenti generalizzazioni.
Appare piuttosto più opportuno accettare ambedue le teorie, concludendo come, un deficit di interesse sociale – qualsiasi ne risulti la causa – sia in grado di innescare una sequenza a cascata di esperienze anomale, che da un lato tendono ad indebolire il nutrimento relazionale, e dall’altro rinforzano e stabilizzano assetti neuromorfo-disfunzionali secondo quella circolarità inestricabile tra disposizione ed esperienza operanti sin nei processi di formazione genica (Barale, Ucelli, 2006, p. 198).
Sembra inoltre appropriato valutare la preferenza verso lo stimolo non biologico secondo criteri dimensionali, e affermarne la patologia solo quando se ne riscontra il dominio totale o una presenza così preponderante da impedire lo sviluppo di altre modalità di apprendimento considerate fondamentali in un contesto interattivo: ad esempio la comunicazione, il linguaggio, l’imitazione (Kuhl, 2007). In tutti gli altri casi la preferenza verso gli stimoli non biologici potrebbe rappresentare l’esito di uno stile di apprendimento individuale, una preferenza soggettiva inquadrabile in una dimensione di neurodivergenza (è quanto accade nei casi di autismo ad alto funzionamento) e non di dichiarata patologia.
Il dibattito è comunque ancora aperto e in continua evoluzione.
Bibliografia
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